Alberto Mingardi
Rassegna stampa
22 novembre 2021
Invidia, la ricchezza fa scandalo
Come e perché condanniamo chi ha i soldi, la risposta nel nuovo libro di Rainer Zitelmann
Nei principali Paesi europei, Italia compresa, sono gli anziani i più favorevoli al taglio degli stipendi di chi ha responsabilità aziendali a favore dei dipendenti. Mentre le nuove leve hanno meno pregiudizi verso le imprese e gli effetti del libero mercato

In Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia le persone più anziane sono nettamente più favorevoli dei giovani all’idea di ridurre drasticamente gli stipendi degli alti dirigenti e a ridistribuire il denaro in modo più equo tra i dipendenti. Anche nel caso in cui questi ultimi ne guadagnassero solo pochi euro in più al mese: nel caso in cui, cioè, questo livellamento avesse effetti prettamente simbolici. Nel nostro Paese, però, il divario è decisamente più ampio: solo il 27% di giovani sotto i 29 anni, contro il 46% di persone oltre i 60, si sbilancia dicendosi a favore di salari più convergenti fra dirigenti e lavoratori.

In generale uno dei risultati più sorprendenti del nuovo lavoro dello storico tedesco Rainer Zitelmann (Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi, Torino, IBL Libri, 2021, pp. 324) è che i più giovani risultano meglio disposti verso la ricchezza e meno invidiosi di chi la detiene. Zitelmann considera i «ricchi» una minoranza, al pari delle minoranze etniche o religiose, ed è interessato al modo nel quale essi sono percepiti dalla maggioranza della popolazione. «I pregiudizi basati sul classismo», secondo lui, sono «più accettati dei pregiudizi basati sull’etnia, la religione o il genere».

Le differenze
Nelle società libere contemporanee è considerato inammissibile auspicare che le persone omosessuali, per esempio, godano di diritti inferiori agli eterosessuali. Ma non fa scandalo, nemmeno negli Stati Uniti, che un gruppo di manifestanti parcheggi una ghigliottina sotto casa di Jeff Bezos, indicandogli apertamente dove infilare il collo. Curiosamente, fra le «minoranze» esaminate dai sondaggi Ipsos Mori che costituiscono l’architrave del libro di Zitelmann, quelle criticabili senza paura sono «i ricchi» (solo il 7% degli intervistati ritiene non se ne debba parlar male in pubblico) ma anche coloro che usufruiscono di una indennità di disoccupazione (il 9%). Che è un po’ come dire che, nel mondo di oggi, il denaro è il bersaglio dei moralismi: si biasima chi non ne ha per assenza di intraprendenza, si attacca chi ne ha “troppo” per ingiustizia sociale colposa.

L’atteggiamento diffuso verso la ricchezza rivela molto del modo in cui una società pensa se stessa e anche di come essa valuta alcune delle sue istituzioni fondamentali. In linea generale ci aspetteremmo che Paesi dove le istituzioni sono percepite come migliori e le regole come serie e seriamente rispettate siano anche quelli dove l’atteggiamento verso la ricchezza è meno ostile: perché essi tenderanno a considerare il gioco economico come una partita non priva di fair play. Ma questo è soltanto un aspetto. La religione ma pure le idee politiche prevalenti esercitano un’influenza profonda. Contano i valori e la storia. Negli Stati Uniti, «la percentuale di intervistati favorevoli alla ridistribuzione è di 21 punti percentuali inferiore al numero di coloro che pensano che i loro redditi aumenterebbero», se lo Stato redistribuisse più risorse. Verosimilmente, lo scetticismo circa le virtù e l’efficienza del Big Government e una certa idea di società (libera, competitiva, aperta al merito) contano di più dell’interesse personale percepito.

La storia
«I ricchi sono diversi da noi», pare abbia detto Francis Scott Fitzgerald a Ernest Hemingway, che saggiamente replicò: «Sì, hanno più soldi». Sicuramente i ricchi sono diversi fra di loro: è diverso ricevere un’eredità da uno zio d’America, sbancare il casinò o risalire tutta la scala sociale grazie alla propria capacità imprenditoriale. In questo senso, è rivelatore che negli Usa la quota di popolazione a favore di una maggiore tassazione delle grandi fortune sia andata aumentando dal 1998 (45%) al 2016 (52%), quando cioè nel dibattito pubblico le persone abbienti sono state sempre più identificate con finanzieri e banchieri che hanno beneficiato di protezione e aiuti delle autorità finanziarie durante la grande crisi.

Se si chiede alla gente quali siano i gruppi sociali la cui ricchezza è «meritata», sorprendentemente gli imprenditori sono i primi (che abbiano guadagnato quel che hanno è il pensiero del 42%) mentre i banchieri gli ultimi (8%), dopo gli investitori immobiliari (10%). E’ curioso ma più persone ritengono che i vincitori della lotteria abbiano meritato la propria fortuna (21%) rispetto ai grandi atleti (19%), mentre in generale la figura del top manager è poco amata (o poco compresa): meritano i loro, elevatissimi, salari solo per il 16% della popolazione.

In ragione dell’influenza delle istituzioni sul gioco economico, va da sé che un ricco (imprenditore o banchiere che sia) messicano o russo è visto diversamente da un ricco inglese o americano. Proprio per questo Zitelmann guarda con particolare attenzione ad alcuni Paesi tutto sommato paragonabili, sotto il profilo culturale: Francia, Stati Uniti, Italia, Germania e Inghilterra. Negli Stati Uniti, coerentemente col grande successo fra i giovani di figure politiche quali Alexandria Ocasio Cortes o Bernie Sanders, sono i giovani ad essere più ostili alla ricchezza. Negli altri Paesi, al contrario, i giovani risultano meno «socialmente invidiosi» (lo storico tedesco ha elaborato proprio un indice di «invidia sociale»). Questo è particolarmente vero nel caso dei giovani italiani. Solo il 2% degli italiani over 60 crede che le alte retribuzioni dei manager dipendono dal fatto che il loro è un ruolo di responsabilità, contro il 18% dei giovani. Segnali deboli di una percezione delle imprese e del mercato più positiva fra le nuove generazioni di quanto si creda.

da L'Economia - Corriere della Sera, 22 novembre 2021