Dal punto di vista del consenso, l’annuncio di Eni di un tetto ai prezzi dei carburanti è un bel colpo di Giorgia Meloni. Con quel tetto, e prima ancora con l’abolizione del bollo, si è completamente smarcata dalle polemiche e dai costi di un taglio delle accise. A Eni si è subito accodata IP, controllata dal colosso azero Socar, e oggi anche Q8. Altre compagnie verticalmente integrate potrebbero seguire. I consumatori tireranno un sospiro di sollievo.
C’è però un convitato di pietra: la scarsità fisica del greggio e dei prodotti raffinati.
Proviamo a mettere in fila i pezzi. Il 28 febbraio scorso le forze israeliane e americane hanno sferrato un attacco all’Iran. La reazione di Teheran ha previsto, oltre alla resistenza militare, il blocco dello stretto di Hormuz, da cui uscivano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio, un quinto del GNL scambiato nel mondo e circa 5 milioni di barili di derivati. Questi transiti si sono quasi completamente fermati, salvo riaperture parziali, finora di breve durata. Il conflitto ha così privato il mondo di un’immensa quantità di energia, sostituibile solo in parte con più produzione altrove o con rotte alternative, come l’oleodotto saudita East-West, a sua volta oggetto di attacchi. L’aumento dei prezzi che stiamo vivendo è la conseguenza inevitabile di questa situazione. Ma è anche qualcosa di più: è desiderabile, almeno dal punto di vista globale. I rincari segnalano l’urgenza di consumare meno, di sostituire beni diventati scarsi con alternative relativamente più abbondanti e di produrre più greggio e più derivati dovunque sia possibile.
Come si inserisce, in questo quadro, la mossa del cane a sei zampe? Al di là delle pressioni che lo Stato può avere esercitato nella doppia veste di regolatore e azionista, il modo in cui la notizia è stata accolta rivela un problema culturale più ampio: l’idea che i prezzi siano variabili indipendenti. Si dà per scontato che un operatore possa manovrarli liberamente e che l’unico effetto sia redistributivo, cioè che i consumatori risparmino un po’ e Eni guadagni un po’ meno. Si trascura che i prezzi trasportano informazioni e cambiano il comportamento delle persone. Se gli aumenti spingevano all’oculatezza e alla ricerca di sostituti, lo «sconto» incentiva il consumo. Ma se benzina e gasolio mancano fisicamente, le scorte dei distributori aderenti si esauriranno prima. Se il mercato non può razionare la domanda con i prezzi, lo farà con le code per accaparrarsi il prodotto a basso prezzo. C’è, se si vuole, una logica: chi ha più tempo si metterà in fila fuori dai distributori Eni, chi ha fretta pagherà di più altrove. Anche così, la domanda complessiva si spingerà almeno un po’ oltre il livello a cui sarebbe altrimenti arrivata, e contribuirà ad aggravare la crisi anziché a risolverla.
In Italia, prima ancora che un problema energetico, c’è un problema culturale. I prezzi vengono percepiti come un fastidio, non come lo strumento necessario a coordinare le attività economiche. Come diceva Thomas Sowell, la prima lezione dell’economia è la scarsità: di qualunque bene non ce n’è mai abbastanza per tutti gli usi possibili. La prima lezione della politica è ignorare la prima lezione dell’economia.