L’annuncio con cui Giorgia Meloni ha anticipato la sospensione del bollo per la prima auto nel 2027 e poi, forse, la sua abolizione strutturale ha suscitato l’accusa di mossa elettoralistica. Ma è davvero così?
A uno sguardo superficiale, certamente sì. La presidente del Consiglio ha scelto di cancellare una tassa estremamente impopolare, nella speranza di guadagnare consenso. La reazione disordinata delle opposizioni conferma che, almeno sotto il profilo tattico, ha colto nel segno. Fermarsi qui, però, sarebbe sbagliato. La manovra sul bollo ha infatti un significato più ampio. Anzitutto, sposta il focus delle misure emergenziali da un provvedimento costosissimo e dannoso (il taglio temporaneo delle accise) a uno meno costoso, più visibile e tale da preservare il segnale di prezzo dei rincari dei carburanti.
Ma c’è un altro e più importante aspetto che riguarda, da un lato, la scelta delle coperture; dall’altro, il senso politico dell’operazione. Molti hanno detto che usare gli avanzi del Pnrr tradiva lo spirito del Piano. Niente di più sbagliato. Uno degli aspetti positivi (non molti) del Pnrr era che, diversamente da altri programmi europei, non si basava su una minuziosa rendicontazione delle spese: prevedeva, al contrario, una serie di obiettivi (investimenti e riforme) il cui raggiungimento avrebbe fatto scattare dei pagamenti (a fondo perduto e prestiti). Nel passato, noi per primi abbiamo criticato i governi Draghi e Meloni per aver chiesto interamente i finanziamenti disponibili, anziché adottare un approccio più cauto. E abbiamo anche più volte criticato la Commissione europea per l’approccio formalistico al raggiungimento degli obiettivi. Ma in discussione oggi non c’è la natura del Pnrr: poiché la Commissione ha certificato il raggiungimento degli obiettivi, gli avanzi sono semplicemente il segno che il governo ha speso meno di quanto previsto. Bene, bravo, bis!
Si arriva così al punto politico: se l’esecutivo avesse usato quelle disponibilità per alimentare altre spese – nuove oppure esistenti – nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Scegliendo di destinare tali risorse alla sospensione del bollo, Meloni e Giorgetti fanno salvi i saldi di bilancio (a parità di altri elementi, deficit e debito saranno immutati), ma all’interno di tali paletti riducono una tassa – rinunciando in tal modo ad aumentare una spesa – anziché fare il contrario. A casa nostra, il populismo fiscale è scherzare col diavolo del deficit. Vedremo come si completerà la manovra, e quali coperture saranno utilizzate per confermare il taglio del bollo anche negli anni successivi. Ma, per una volta, possiamo dire che tra tante opzioni possibili, Meloni ne ha scelta una che prevede non solo la riduzione delle tasse, ma anche la riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti: e quindi salva loro soldi e tempo. Naturalmente, possiamo discutere all’infinito se non sarebbe stato meglio usare quei denari per ridurre il debito pubblico o per tagliare altre tasse. Ma non possiamo fingere che un leader politico non debba tenere conto di ovvi vincoli legati al consenso. Scegliere tra minori tasse e maggiori spese è, nel senso più puro del termine, politica. Per una volta, forse persino al di là delle intenzioni, siamo di fronte a un caso di buona politica.