Tra la mano invisibile del mercato, che Adam Smith evocava nella Ricchezza delle nazioni, e quella fin troppo visibile dei governi interventisti (che osteggiano il mercato e combattono l’imprenditoria privata come espressione d’«egoismo», anche se spiegare «i successi imprenditoriali di Bill Gates», per dire, «o di Steve Jobs» con «la loro avidità è palesemente ridicolo») sembra non esserci gara: la prima produce ricchezza e libertà, la seconda penuria (quando va bene, e milioni di morti per fame e Terrore quando va male).
Eppure il mercato è pressoché universalmente detestato mentre il dirigismo economico da parte dei potentati politici, che sbandierano la loro devozione a ciò che chiamano «il bene comune», è guardato con favore, oltre che dagli accademici e dagli intellettuali, sempre ammaliati dalle cause sbagliate, anche dalle sue stesse vittime: i consumatori, i contribuenti, e persino le masse sotto il tallone di ferro dei dispotismi fascisti e socialisti (oggi più precisamente «rossobruni», vista non soltanto l’alleanza ma la stretta coincidenza tra regimi dittatoriali di destra e di sinistra).
«Almeno dai tempi di Marx» – scrive Peter Foster, giornalista per le principali testate inglesi e canadesi, nel suo Psicologia dell’anticapitalismo – «le metafore sugli affari e sugli uomini d’affari sono ferocemente negative. Marx paragonava i capitalisti a vampiri, lupi mannari e cannibali. Engels dichiarò che la concorrenza economica trasformava l’umanità in “un’orda di bestie fameliche che si divorano a vicenda”. Una delle metafore negative più ripetute afferma che la concorrenza di mercato è analoga alla “legge della giungla”».
Ma l’ostilità preconcetta per la mano invisibile, cioè per il capitalismo, «che il filosofo Montesquieu chiamava doux commerce, commercio gentile», non è una semplice ubbia culturale, effetto della propaganda radicale, o della bramosia di politici e burocrati che (per deformazione professionale, e sotto qualsiasi regime) aspirano al controllo totale. È qualcosa, spiega Foster, di geneticamente innato, frutto di selezione naturale, darwiniana: «Perché le persone hanno difficoltà a cogliere i benefici elargiti dalla mano invisibile? E soprattutto perché sono portate a condannarla in termini morali? La chiave per capirlo apparve esattamente cento anni dopo la Teoria dei sentimenti morali [e La ricchezza delle nazioni] di Adam Smith con la pubblicazione di un’opera molto più controversa: L’origine delle specie».
Noi umani, evolutivamente parlando, siamo work in progress, e soltanto negli ultimi pochi millenni abbiamo scoperto i vantaggi, prima dello scambio e poi del commercio, tra comunità separate, mentre per centinaia di migliaia di anni i piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori sono stati perennemente in guerra tra loro e le sole forme di contatto praticate (con buona pace del «buon selvaggio» di Rousseau) erano il saccheggio, il massacro e il ratto delle donne reciproci. È ciò che il marxismo chiama «comunismo primitivo». Ma non è il marxismo ad avere l’ultima parola, visto che «il numero di turisti cinesi che visitano il luogo di nascita di Smith» a Edimburgo «è superiore», racconta Foster, «a quello dei visitatori cinesi della tomba di Karl Marx a Highgate».
Ci siamo evoluti spartendo le prede, guardandoci dai nemici e cercando protezione all’ombra del maschio Alfa (in seguito impersonato dai Cesari, da Gengis Khan, Stalin, Mussolini, Mao Zedong, ma anche dai leader religiosi, o democratici, non importa se socialisti o sedicenti liberali) di cui aneliamo il favore o ai quali auguriamo la rovina.
Ammiriamo i tiranni, che affermano di volere il nostro bene, e detestiamo le tecnologie che la mano invisibile ci ha messo a disposizione. Siamo dipendenti da Internet, Amazon, Netflix, oltre che da automobili, condizionatori d’aria, supermercati, forni a microonde e voli low cost, ma parliamo con sovrano disprezzo di questa magica abbondanza di prodotti, qualcosa di mai sperimentato prima nella storia del mondo. Sospettiamo che le tecnologie, come sostengono i leader apocalittici, sempre più numerosi, e tutti ben remunerati, sciolgano davvero i ghiacciai, estinguano le specie, scatenino uragani e terremoti, inquinino gli oceani (e le anime).
A meno che non preveda cataclismi, come la desertificazione del pianeta entro cinquanta-sessant’anni massimo o la trasformazione dei sette mari in un’immensa discarica, detestiamo soprattutto la scienza (tutti quei vaccini, tutta quell’AI, tutti quegli organismi geneticamente modificati che hanno abolito fame e carestie, tutta quell’«avidità» di possesso). «Vale la pena notare», scrive ancora Foster, «che Smith usa la parola “avidità” soltanto una volta ne La ricchezza delle nazioni: per descrivere l’avidità di potere dei governi».
Peter Foster, Psicologia dell’anticapitalismo. Perché disprezziamo la mano invisibile, IBL Libri, 2026, pp. 458, 22 euro, eBook 8,99 euro.