Qualcuno è più avanti di altri nella creazione delle infrastrutture dedicate alle auto elettriche, ma bene o male tutti sono ancora abbastanza indietro, perfino in mercati dove le auto con la spina viaggiano a ritmi che l’Italia si sogna.
Ad esempio il Regno Unito, dove lo scorso anno le BEV (Battery Electric Vehicle) si sono prese una fetta di oltre il 23% del mercato con una crescita a due cifre sul 2024 (+23,9%).
E prendiamo spunto dalla bella riflessione di Giulio Tombacco nei focus del sempre prezioso Istituto Bruno Leoni sul mercato britannico.
A noi non interessa in questa sede la battaglia di principio liberista su una transizione imposta dall’alto cercando di rimpiazzare i meccanismi di mercato (in questo senso Londra oggi sembra più erratica di Bruxelles).
Soffermiamoci piuttosto sulle future mancate entrate fiscali virando dai carburanti tradizionali all’elettrico.
A Londra si sta pensando all’Electric Vehicle Excise Duty, ovvero una tassa sulle vetture elettriche che peserebbe 3 pence al miglio. L’equivalente, più o meno, di 20 centesimi al chilometro in Italia.
Ovvero 300 euro per una percorrenza di 15mila km, ma per chi macina più strada la cifra si farebbe importante.
E difficilmente, parlando di balzelli, l’Italia sarebbe di manica più larga rispetto ad Albione.
Insomma, l’elettrico procede tra mille difficoltà e contraddizioni, ma nei Paesi dove è più diffuso già si comincia a pensare a fare cassa sulle spalle degli utenti, ai quali peraltro la corrente elettrica non viene regalata, soprattutto lungo le autostrade.
E siccome gli investimenti in infrastrutture non potranno che essere sempre più ingenti, il rischio che le tasse sull’elettrico aumentino significativamente non è solo ipotetico.
A meno che i cinesi, appena sbarcati in Italia con la futuristica Flash Charging di Byd (il «pieno» in 5 minuti) non spariglino nuovamente le carte e vengano in soccorso del consumatore con qualche diavoleria sui costi in barba ai timori europei dell’invasione…