Cittadini e non sudditi: come colmare le distanze con lo Stato "sovrano"

"Noi e lo Stato" non è un mero "cahier de doléances": è anche un invito all'azione

6 Dicembre 2019

la Sicilia

Giuseppe Portonera

Forlin Fellow

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Se è vero che un libro non si giudica mai dalla copertina, è altrettanto vero che una buona copertina è in grado di fornire al lettore gli indizi per comprendere il tipo, la natura, perfino lo scopo di quanto sta per leggere. Nel nostro caso, basta dare uno sguardo alla copertina di “Noi e lo Stato. Siamo ancora sudditi?” (IBL Libri, 2019) e all’immagine dello Stivale italiano in catene che le fa da sfondo per capire d’avere in mano un volume fatto per “provocare” il lettore: per spingerlo, cioè, a fare i conti con una situazione “scomoda” che è data dall’interrogativo sul rapporto tra individui e potere pubblico, tra “noi” e “lo Stato”, per l’appunto. È in quest’ottica che va intesa la domanda “Siamo ancora sudditi?” – che fa da sottotitolo. Sarebbe facile liquidare tale questione come un’inutile preoccupazione: d’altronde gli italiani non sono più “sudditi” dal 2 giugno 1946, dal giorno della scelta repubblicana. Ma il rapporto di sudditanza cui si fa riferimento non è quello dato dalla soggezione a un monarca ereditario, bensì quello che s’instaura nei confronti di un potere pubblico caratterizzato da scelte spesso arbitrarie, immature, irragionevoli. Una sudditanza si potrebbe dire, con linguaggio da giurista non “de iure”, ma “de facto”.

Il quadro che emerge dal libro che viene presentato oggi alle 17, nei locali della “Bcc Toniolo” di San Cataldo, da Giovanni Fiandaca e da Alessandro Pajno, per iniziativa del Centro Studi Cammarata è indubbiamente sconfortante. Al suo interno come rileva nell’introduzione Serena Sileoni, curatrice del volume collettaneo e vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni che lo edita si analizzano attitudini, prassi, regole che sembrano testimoniare l’esistenza di una continuità tra la posizione del suddito delle antiche monarchie e quella del cittadino dello Stato democratico: «Non saremo più un accessorio del patrimonio regio, ma nei rapporti con la burocrazia, con il fisco, persino con la giustizia, nell’imprevedibilità delle continue riforme, nell’elevato rischio-paese dovuto alla vertiginosa incertezza del diritto e delle politiche pubbliche, in tutte queste occasioni e in tante altre ancora persiste una cesura verticale tra noi e lo Stato».

I temi dei singoli capitoli dal nodo dell’amministrazione della giustizia allo squilibrato rapporto tra contribuente e fisco, passando per il problema dello s-bilancio pubblico e del linguaggio “oscuro” del legislatore sono l’occasione per misurare l’esistenza di questa “cesura”. Così è anche per lo studio dedicato alle occupazioni abusive di immobili: l’incerta sorte della proprietà, per dirla con Santoro-Passarelli, è questione antica, ma è sintomatica di un problema ben più ampio e più grave, che merita di essere ricordato. Chi ha subito un’occupazione abusiva – benché avesse esperito tutte le azioni necessarie per riguadagnare la disponibilità dei propri beni, secondo quanto prescritto dalle leggi vigenti – ha spesso scoperto che gli organi deputati hanno rifiutato di dare seguito all’ordine giudiziale di sgombero, sul presupposto dell’esistenza di esigenze di ordine “superiore” che ne avrebbero giustificato un rinvio a data da destinarsi. Il tema, allora, non è solo o tanto quello della tutela della proprietà, ma quello di una pubblica amministrazione che disattende un comando del giudice, arrogandosi una discrezionalità decisionale che essa non possiede: in questo modo, violando una delle promesse fondamentali su cui si reggono le democrazie moderne, quella di un potere esecutivo “imparziale” (come recita l’art. 97 Cost.), perché vincolato dal rispetto della legge scritta e, per questo, obbligato ad applicarla senza favoritismi o indulgenze di sorta. Difatti, se l’Amministrazione può permettersi di ritardare l’esecuzione di una sentenza pronunciata secondo diritto (così, nei fatti, rendendola lettera morta), allora essa si fa sovrano “assoluto”, in cui l’assolutezza è – come si incarica di ricordarci l’etimologia – conseguenza dell’essere “ab-solutus”, sciolto dai vincoli giuridici che definiscono la sua azione. Cosicché i cittadini sono davvero degradati alla condizione di sudditi.

“Noi e lo Stato” non è, però, da intendere alla stregua di un mero “cahier de doléances”: esso è anche un invito all’azione. La cittadinanza, al contrario della sudditanza, implica un’adesione partecipe alla gestione della cosa pubblica: il che non significa soltanto recarsi alle urne o candidarsi a qualche tornata elettorale, ma impegnarsi in un continuo esercizio di responsabilità. In ciò risiede quella che Claudio Martinelli, in uno dei saggi contenuti nel volume, chiama «la fatica dell’essere cittadini» e che si sostanzia nel professare, innanzitutto, un salutare scetticismo nei confronti delle narrazioni che dominano nell’agone politico: chi siede in Parlamento o al Governo è chiamato a rappresentarci, non a sostituirsi a noi.

da La Sicilia, 6 dicembre 2019

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