Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Liberi e uguali alla Marroquin
Lettera da ciudad del Guatemala
Le strade di Città del Guatemala sono orlate di filo spinato. La città è divisa per zone, seguono il giro di una chiocciola. Persino la zona uno, il centro storico, costruito attorno a una larga piazza dove Cattedrale e palazzo del Governo si danno di gomito, come in una versione appena ridotta della Piazza della Costituzione di Città del Messico, è vivacemente sconsigliata al turista. Si tratta, intendiamoci, di un'applicazione esagerata del principio di precauzione. Nel saliscendi di strade spesso diroccate, con i sampietrini divelti e l'asfalto pezzato, si assiepano venditori di merce d'ogni tipo. Piccoli supermercati senza pretese vendono quel che possono.

L'impressione è che fra chi già ce l'ha fatta e chi ancora ci prova ci siano pochi centimetri di distanza. Come fra gli Starbucks e i forni a conduzione familiare (i guatemaltechi adorano il pane, ne hanno d'ogni risma), che si dividono le strade senza imbarazzo.

Protetta spiritualmente dall'ambasciata dello zio Sam, la zona dieci colpisce per la serenità. Nell'arredo dei ristoranti, nell’“enjoy” ridente dei camerieri azzimati, nel profilo delle tante case fatte a scatoloni bianchi c'è un senso di prossimità al gigante ricco che sta a Nord. Il filo spinato c'è sempre. Quel baluginare di spine è un monito. Non c'è crescita economica, non c'è prosperità possibile senza una tutela efficace dei diritti di proprietà.

Non è un pensiero straniero, in queste terre. Quasi sessant'anni fa, nel Guatemala dilaniato da guerriglia e controguerriglia, un giovane imprenditore, Manuel Ayau, si guardò attorno e si chiese "perché siamo poveri?". Perché un Paese ricco di materie prime, vicino agli Stati Uniti, non riesce a essere prospero?

È una domanda che lascia afoni economisti e politologi guatemaltechi. Allora Ayau cerca altrove la risposta. Nel 1958, fonda il Centro Estudios Economico-Sociales, un think tank con il quale invita anche Ludwig Erhard a visitare il Paese. Frequenta la Mont Pelerin Society, la società internazionale di studiosi liberali fondata da Hayek, conosce Ludwig von Mises e Milton Friedman, organizza conferenze, pubblica libri.

I contorni della risposta si fanno più chiari, cominciano a prendere forma: i diritti di proprietà, la stabilità dei contratti, le buone istituzioni. Ma come si fa a costruirle, le buone istituzioni? Non si ordinano per posta, non si piantano come fiori, non si aggiustano con un colpo di martello.

Nasce così la Universitad Francisco Marroquin. Oggi è un campus gioiello, a un passo dall'ospedale con cui condivide la facoltà di Medicina, immerso nel verde, ospita anche il Museo Popol Vuh, con una ricca collezione di reperti Maya.

Questa è la sua ultima incarnazione, fino a vent'anni fa l'Università conosceva spazi più angusti. Ma l'idea ha sempre avuto largo respiro. Ayau voleva costruire un’università piccola negli spazi e grande nelle ambizioni, per forgiare una classe dirigente nuova, aperta al mondo, liberale. La legge di O'Sullivan suggerisce che «any organization or enterprise that is not expressly right wing will become left wing over time». La Marroquin invece nasce liberale, e per miracolo liberale rimane.

Gli studenti che la abitano camminano ogni giorno per la Plaza Libertad, mangiano un panino ai giardini Adam Smith, parcheggiano al fondo della strada Mont Pelerin. Qua i nomi non sono appiccicati alle aule per caso, non uccidono un'altra volta i dedicatari, dalla biblioteca Mises al salone Leoni li fanno rivivere. Le curiosità degli studenti si saziano in alcuni corsi base, che fanno sì che tutti escano con un'infarinatura economica.

L'articolo 85 della Costituzione protegge libertà accademica e autonomia universitaria. Non sono solo parole alate. Alla Marroquin non c'è "tenure". Quell'impresa che è l'istituzione accademica mantiene la massima flessibilità nella costruzione dei piani di studio, è costantemente al lavoro per adattarli alle necessità dei tempi. L'università fondata quasi 60 anni fa da Manuel Ayau è un campus gioiello, improntato ai principi liberali. Tutti i docenti sono a contratto. Al professore si richiede che insegni, e viene messo nelle condizioni ideali per farlo. Ma le necessità dell'ateneo, così si pensa qui, debbono prevalere sulle liturgie di carriera. Il sistema è sorprendentemente egualitario: tutti i docenti sono a contratto. Ciò però non significa che si trascinino stancamente da un corso all'altro.

Al contrario, dappertutto c'è una febbrile voglia di fare cose. Si moltiplicano i workshop sulla didattica, sul mestiere d'insegnare e le sfide alle quali deve far fronte. Si cercano opportunità nelle nuove tecnologie. Il rettore, Gabriel Calzada, è un economista spagnolo di quarantacinque anni, riceve pazientemente carovane di colleghi venuti a esporgli i loro progetti, non è stato mai trovato sprovvisto di sorriso.

Anche chi è lontano oggi può respirare l'aria di qui. Basta iscriversi al "Mooc" (Massive Open Online Courses) "Descubre Don Quijote", corso on line di trentasei ore nel quale Eric Graf, professore di letteratura, ci guida nel capolavoro di Cervantes. Sono lezioni entusiasmanti, grazie anche agli allievi della scuola di cinema, che ne hanno curato la produzione. La scuola di cinema è il penultimo progetto di Calzada, penultimo perché ce n'è sempre uno nuovo. È quel che succede quando il gusto della libertà diventa culto della libertà di scelta dello studente. Che proprio perché è libero, va convinto ogni giorno d'esser capitato nel posto giusto.

Da Il Sole 24 Ore, Domenica, 17 dicembre 2017