IBL
Fumo negli occhi
Nelle cose grandi come nelle piccole il governo sembra perseguire un disegno strategico di ostacolo alla creazione di ricchezza
Il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha minacciato la chiusura dei negozi di cannabis light, cioè quegli esercizi che vendono prodotti a base di canapa con contenuto di tetraidrocannabinolo inferiore allo 0,6 per cento. Forse si tratta di una mera sparata da campagna elettorale, consapevolmente destinata a non produrre alcuna conseguenza concreta: difficilmente si troveranno in Parlamento i numeri per modificare la disciplina in vigore. L’unico atto formale finora assunto, una direttiva degli Interni, prescrive maggiori controlli sugli esercizi esistenti e la filiera a monte, per accertare che rispettino puntualmente le norme, e introduce alcuni limitati vincoli alle nuove aperture (per esempio, una distanza minima di almeno 500 metri da luoghi sensibili quali scuole e ospedali). Ma, prim'ancora che si arrivi a una deliberazione questo è uno dei casi in cui, se a prendere posizione è un autorevole uomo politico con importanti responsabilità di governo, basta la parola. Infatti, chiunque intenda investire nel settore, da oggi sarà indotto a chiedersi se non vi sia un concreto rischio di un cambio della normativa, che scombini i suoi progetti. Inoltre, chi già ha avviato una iniziativa, vedrà sia ridursi il valore delle proprie attività, sia convivere col sospetto che ci sia qualcosa di sporco nel suo business.

Ci sono almeno due ragioni per cui la sortita di Salvini è controproducente. Anzitutto, una ragione specifica: non c’è prova che i prodotti venduti in questi esercizi siano nocivi per la salute. Nel resto del mondo si va anzi nella direzione opposta. Dopo decenni di "guerra alla droga", si stanno moltiplicando gli esperimenti di depenalizzazione o addirittura liberalizzazione delle cosiddette droghe leggere. Da quando il Colorado ha aperto la strada nel 2012, sono già diventati dieci gli Stati che ammettono la commercializzazione della cannabis a uso ricreativo negli Stati Uniti, a cui si aggiunge il District of Columbia (dove però è lecito solo l’uso, ma non la vendita). La ragione di questa progressiva apertura sta nella presa d’atto che il proibizionismo ha avuto scarso effetto sui consumi, ma ha garantito ottimi profitti alle organizzazioni criminali. La legalizzazione è dunque strumento di controllo delle sostanze commercializzate (come involontariamente dimostra la stessa direttiva Salvini), e di contrasto alla criminalità. Quanto più il Ministro ritiene che lo spaccio di cannabis (con THC superiore allo 0,6 per cento) sia connesso a problemi di ordine pubblico, tanto più dovrebbe valorizzare il ruolo degli esercizi legali. E questo ci porta alla questione più generale: il nostro paese sta attraversando una congiuntura economica estremamente difficile. Le previsioni per l’anno in corso indicano, se va bene, una fase di ulteriore stagnazione economica. Il governo dovrebbe fare di tutto per stimolare l’attività economica. Invece, dalle chiusure domenicali a quota 100, dal reddito di cittadinanza alla lotta alla cannabis light, nelle cose grandi come nelle piccole il governo sembra perseguire un disegno strategico di ostacolo all’intrapresa, al lavoro e alla creazione di ricchezza. Se l’obiettivo è la decrescita, è difficile che si riveli felice.

14 maggio 2019