Filippo Cavazzoni
Rassegna stampa
Allo Stato piace noioso. Ecco come sono i film fatti con i soldi pubblici
Le pellicole finanziate dal Ministero sono ormai un genere a parte. Ripetitivo e molto pretenzioso
I film italiani sono tutti uguali. Chissà se avete mai espresso tale giudizio dopo essere usciti da un cinema. Probabilmente vi siete poi sentiti dire, dalle persone che hanno condiviso con voi la visione, che avete formulato un giudizio rozzo, sommario, qualunquista. In realtà, nella vostra affermazione c’era molta verità. Lo dimostra un saggio di Giacomo Manzoli e Andrea Minuz contenuto nel libro “Il cinema di Stato. Finanziamento pubblico ed economia simbolica nel cinema italiano contemporaneo”, a cura di Marco Cucco e dello stesso Manzoli, uscito proprio in questi giorni per il Mulino.

Per essere più precisi, occorre dire che per film italiani si intendono i film italiani contemporanei finanziati dallo Stato. Le opere realizzate attraverso il finanziamento pubblico sono oggi la gran parte di quelle prodotte. Manzoli e Minuz hanno preso un campione (di 100 titoli) tra tutti i film realizzati con contributo diretto del Ministero negli ultimi anni. Dall’analisi effettuata su temi, stile e strutture produttive di ciascuna opera emerge quasi un nuovo genere cinematografico: il film Mibact.

Tendenzialmente sono film con registi, sceneggiatori, attori, direttori di fotografia, ecc. i cui nomi si ripetono, anche come conseguenza del modo in cui è stato incardinato il sistema di finanziamento pubblico in questi anni: un finanziamento decretato da commissioni che davano punteggi più alti per quelle opere con, ad esempio, attori con alle spalle storie di successo. Se Servillo è uno dei nostri attori più premiati, allora Servillo consente di avere un punteggio maggiore, così il film può ottenere un contributo più consistente.

Attori poi che molte volte ricoprono il medesimo ruolo, basti pensare alla Margherita Buy donna borghese infelice, e che si muovono in un mondo “romanocentrico” e autoreferenziale. Dove la professione più rappresentata è quella dell’artista, vi è grande attenzione per le tematiche sociali e regna una visione etica manichea: la positività di chi svolge professioni intellettuali o degli operai e la negatività dell’imprenditore, quasi sempre descritto come una persona avida, cinica e chiusa mentalmente.

Ma le somiglianze tra i film sussidiati non si fermano qui, perché anche lo stile è pressoché comune: uno stile lento e autoriale, caratterizzato da un registro realistico. E lo stesso triste destino li accomuna anche per gli incassi. Tolte alcune eccezioni, i film finanziati dallo Stato incassano poco, denotando uno scollamento fra sistema di finanziamento pubblico ed esito decretato dalle scelte del pubblico. Quale impatto culturale, sociale ed economico potrà mai avere un film visto da pochi che viene sussidiato proprio per il suo supposto “interesse culturale”?

In questi anni lo Stato, attraverso il sistema di finanziamento pubblico, ha così omologato l’offerta, penalizzando la varietà e l’innovazione. Basti leggere la motivazione – riportata nel libro – con la quale la commissione ministeriale ha bocciato una prima richiesta di contributo a “Lo chiamavano Jeeg Robot”: “Uno script per un film d’azione – attraversato da una diffusa tendenza all’inverosimile ed alla caricatura – che porta ad una visione della vita cruda, superficiale e cinica”. Queste due righe rappresentano bene l’approccio utilizzato dallo Stato, volto a favorire film drammatici o commedie “realistici”, capaci di trasmettere il messaggio “giusto”. Quindi, niente evasione, niente intrattenimento e l’insegnamento di valori positivi.
Un ruolo dello Stato, dunque, non solo di tipo educativo, ma capace di indirizzare l’estetica delle opere, con conseguenze negative sulla capacità creativa e innovativa del nostro cinema, ovviamente con le solite dovute eccezioni (Garrone e Sorrentino, ad esempio).

Ma l’aspetto negativo ha riguardato, come detto, anche la (mancata) fruizione delle opere e il mancato slancio dato alla nostra industria cinematografica, a fronte di un sistema di sussidi che ha drogato a dismisura la produzione: nel 2016 sono state prodotte ben 198 opere italiane, contro le 158 pellicole statunitensi transitate per le nostre sale, con queste ultime però che si sono prese il 55% della quota del mercato italiano lasciando ai nostri film il 28%. Un 28%, poi, realizzato grazie soprattutto a due sole opere: “Quo Vado?” e “Perfetti sconosciuti”, che insieme hanno fatto il 40% circa degli incassi di tutti i nostri 198 film.

I criteri selettivi e dirigisti utilizzati dal Mibact sono dunque tra i maggiori imputati per gli esiti descritti. Ma tale modus operandi della mano pubblica si può dire che, più in generale, abbia sancito il fallimento del cosiddetto Kulturstaat, ossia uno Stato che interviene pesantemente nell’indirizzare sia la vita che l’industria culturale di un Paese. Nonostante ciò, proprio in questo periodo, sono in corso di approvazione gli ultimi decreti (in tutto, ben 23) della nuova “legge cinema”, che ha completamente riorganizzato il settore, ma allargando ulteriormente il perimetro dell’intervento pubblico all’intero audiovisivo.

Da Il Giornale, 13 settembre 2017