La Fed deve tornare a frenare il debito facile che ha allargato lo spazio della spesa pubblica
Solo il tempo ci dirà se l’aumento dei tassi per un quarto di punto, deciso dalla Federal Reserve, sia stato un episodio o qualcosa d’altro. Nel primo caso, si tratterebbe di una correzione non diversa da quelle effettuate anche dalla Banca centrale europea. Innanzi a un’inflazione prolungata e persistente, qualcosa l’istituto di emissione deve fare. Negli ultimi anni queste correzioni sono state abbastanza tardive, effettuate come di malavoglia contro i mercati finanziari, che temono l’effetto di tassi più alti sui corsi di borsa, e contro la classe politica, che ama finanziarsi a basso costo. Kevin Warsh è intervenuto in un contesto politicamente e geopoliticamente complicato, ma nel quale vede segnali di rafforzamento nell’economia americana.
Quanto ha deciso il nuovo presidente della Fed potrebbe però essere anche altro. Se si legge ciò che Warsh da anni scrive e dice, potremmo essere di fronte a un tentativo, forse disperato, di riportare il central banking e con esso la finanza pubblica sui binari tradizionali. Negli anni Dieci l’approccio delle banche centrali alla moneta è mutato radicalmente. Dopo la crisi finanziaria e soprattutto dopo la crisi dell’euro, le banche centrali sembravano aver trovato la pietra filosofale. Per il primo secolo della loro vita erano state tormentate da una scelta difficile: a un aumento della circolazione dei mezzi monetari, utile di norma per «stimolare» l’economia e gli investimenti, corrispondeva un aumento dell’inflazione. Lo prevedeva la teoria quantitativa della moneta, da David Hume a Milton Friedman. E il dilemma aveva pesanti ripercussioni politico-distributive. Il denaro facile finiva nelle tasche di chi aveva la creatività di proporre a getto continuo nuovi progetti, non sempre solidi, e avvantaggiava i debitori, a cominciare dagli Stati. L’inflazione penalizzava chi viveva di reddito fisso, diminuendone il potere d’acquisto.
Negli anni Dieci questi banali ricordi del primo anno di economia sono parsi ai banchieri centrali un minestrone di anacronismi. All’aumento della moneta disponibile non è seguita una fiammata inflazionistica: semmai l’inflazione si è vista nel prezzo degli asset, con una certa soddisfazione di chi li deteneva. Che la teoria quantitativa fosse superata era però una conclusione affrettata. Se non si constatavano effetti immediati non significava che non ce ne sarebbero stati, anche perché la moneta creava restava in larga misura nelle riserve delle banche commerciali. I prezzi che aumentavano erano quelli dei titoli che le banche centrali stavano comprando. I tassi d’interesse sono stati a lungo zero o negativi e ciò ha reso necessaria la cosiddetta forward guidance: operando con tassi così bassi, la banca centrale doveva informare il mercato di ciò che stava facendo, cioè rassicurarlo sulla permanenza di tassi tanto bassi. Tutto ciò ha consentito agli Stati di indebitarsi a costi contenuti. Gli Stati Uniti ancora nel 2008 avevano un debito pari al 68 per cento del PIL. Oggi le dimensioni del debito superano quelle dell’economia nazionale. L’Italia, nonostante l’alto indebitamento e la bassa crescita, dalla crisi dell’euro in qua ha sempre e solo discusso di quale fosse il livello opportuno della spesa in deficit, nonostante la Costituzione obblighi in teoria all’equilibrio di bilancio.
Poi è arrivato il Covid ed è cambiato tutto. O meglio, tutto è tornato alla normalità. Le banche centrali però non hanno accettato che quella dei dieci anni prima fosse un’illusione: hanno pensato che a essere illusorio fosse semmai il ritorno alla vecchia normalità, quella per cui più moneta circola più i prezzi salgono. Molti economisti non parlano in modo diverso da Donald Trump, che addebita l’inflazione alle tensioni geopolitiche. Nessuno nega che esista una miccia, ma senza paglia l’incendio non scoppia. Se non fosse facile ottenere mezzi finanziari, le transazioni non si compirebbero e il livello generale dei prezzi non potrebbe salire. I rincari resterebbero localizzati e si modificherebbero i prezzi relativi: a quanti pieni di benzina equivale il prezzo di un iPhone.
Nel suo recente discorso a Jackson Hole, Warsh ha parlato molto di inflazione, senza mai legarla alla contingenza, a eventi specifici che fanno aumentare il prezzo di un certo bene perché ne sono disponibili quantità inferiori. La sua è stata una grande assunzione di responsabilità: se non c’è stabilità dei prezzi, se continuano ad aumentare da tre anni, la colpa è della Fed ed è la Fed che deve agire.
Bisognerebbe chiedersi perché Warsh non piace né agli economisti né all’opinione pubblica organizzata. La risposta breve sta nel suo peccato originale: è stato nominato da Trump. Ma i suoi critici, paradossalmente, si ritrovano sulle medesime posizioni del presidente americano.
Ci sono buone ragioni per pensare che il ritocco dei tassi non sarà un episodio isolato, a cominciare dall’indagine che il nuovo chairman ha intrapreso su procedure e prassi della Fed, volta a rinnovarle in profondità. Se così sarà, Warsh starà facendo due cose assieme. Da una parte un grande esperimento: si torna ad assunti più tradizionali di teoria economica, vediamo se funzionano ancora. Dall’altra, le ripercussioni politiche saranno rilevanti. Una politica monetaria rigorosa limita la discrezionalità nel finanziamento di nuove spese. Lo sapevano bene Andreatta e Ciampi, che fecero il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia. Dopo le crisi dei mutui e dell’euro, politica e politica monetaria si sono risposate in segreto. L’esito è stato il ritorno dell’inflazione. Vediamo se Warsh riuscirà a farle divorziare di nuovo.