Via Sovranino

La crisi dell'acciaio e i cinesi in British Steel per il Corriere sono colpa della globalizzazione. Un tic

13 Novembre 2019

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Combattenti di terra, di acqua e dell’aria! Compagni e camerati! La Perfida Albione, che un tempo ci fu nemica, oggi guida con l’esempio: il Sovranista collettivo ieri si è impossessato del Corriere della sera, incidendo un box sulle storie parallele di Scunthorpe e Taranto, British Steel e Ilva. Così scopriamo che, se nella città del Lincolnshire le ciminiere portano ognuna il nome d’una regina d’Inghilterra, in quella pugliese dobbiamo accontentarci di acronimi impersonali (Afol). Taranto e Scunthorpe, spiega il quotidiano di Via Solferino, soffrono del medesimo male: “Essere vittime della globalizzazione che ha messo in ginocchio l’industria europea dell’acciaio”. Ma, adesso, “la soluzione alla crisi del colosso [British Steel] è stata ufficializzata: dopo il fallimento della scorsa primavera, è stata rilevata dalla cinese Jiingye per 70 milioni”.

“Gli ultimi mesi – conclude l’anonimo corsivista – erano stati drammatici per gli inglesi, illusi da una salvezza che però celava solo speculazioni finanziarie”. Difficile commentare. Il problema non sta solo nell’impossibilità di istituire un parallelo tra British Steel e Ilva: 3.000 addetti a Scunthorpe (più un altro migliaio nello stabilimento di Teesside), quasi 11 mila per il gruppo italiano. La capacità produttiva di British Steel (3 milioni di tonnellate l’anno) è meno della metà di quella della sola Taranto (8-10 milioni di tonnellate). L’investimento con cui i cinesi prendono possesso della siderurgia britannica (82 milioni di euro con la promessa di investire circa 1,4 miliardi) è una frazione delle risorse impegnate da Mittal (1,8 miliardi per l’acquisto del gruppo con investimenti superiori a 4 miliardi, 1,3 dei quali provenienti dai fondi sequestrati alla famiglia Riva). Ma i numeri non colgono del tutto la faciloneria del commento del Corriere.

Il problema è nella lettura complessiva delle dinamiche del mercato siderurgico e delle condizioni specifiche. Il presunto colpevole – la globalizzazione – proprio non c’entra: semmai, è grazie a essa se la domanda di acciaio a livello mondiale è letteralmente esplosa (770 milioni di tonnellate nel 1990, 850 nel 2000, 1.433 nel 2010, 1.808 l’anno scorso). Nel 2018, dei primi dieci produttori di acciaio al mondo due erano europei (la Germania con 42,4 milioni di tonnellate e l’Italia con 24,5), e altri quattro paesi Ue (Francia, Spagna, Polonia e Belgio) stavano tra la decima e la ventesima posizione. Ad aver ridotto l’occupazione nel settore non è la mondializzazione degli scambi ma il progresso tecnologico, che anche in questo ambito ha aumentato vertiginosamente la produttività. Non significa che vi sia stato alcun fenomeno di disoccupazione tecnologica: nei paesi sufficientemente dinamici, i posti di lavoro distrutti nei settori manifatturieri sono stati più che bilanciati da altre posizioni nei servizi e nei settori a più alta intensità di conoscenza. Anche la contrazione della produzione europea nel 2019 ha altri driver: da un lato il rallentamento ciclico (e forse in parte strutturale) della Germania, dove la crisi dell’automotive rischia di non avere sbocco a breve. Dall’altro, il contrario della globalizzazione: cioè la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che ha avuto contraccolpi anche sulla stessa Europa, combattuta a colpi di dazi, quote e altre forme di restrizione degli scambi. È il protezionismo, bellezza!

Ancora più paradossale è che la tirata anti-globalizzazione arrivi a margine di due vicende dove proprio l’integrazione economica internazionale ha rappresentato la salvezza e non la condanna: nel Regno Unito sono i capitali cinesi a garantire la continuità produttiva. In Italia gli indiani di ArcelorMittal sono alle prese con una situazione di assoluta entropia causata non dalla propria perfidia, ma dalle contorsioni del governo italiano e delle autorità regionali e locali e innescata dalle procure. Parafrasando il dottor Samuel Johnson, il patriottismo è l’ultimo rifugio dei superficiali.

Da Il Foglio, 13 novembre 2019

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