Vera e seria riforma del fisco

Nicola Rossi: una inversione di rotta rispetto gli interventi raffazzonati degli ultimi decenni

16 Marzo 2023

Italia Oggi

Argomenti / Politiche pubbliche

«Una riforma del fisco condivisibile, con una sua coerenza il che rappresenta certamente una significativa inversione di rotta rispetto alla pletora di interventi episodici e raffazzonati degli ultimi decenni». A dirlo è Nicola Rossi, economista dell’Università di Tor Vergata, analista dell’Istituto Bruno Leoni, ex Pd. La delega fiscale che approda in queste ore al consiglio dei ministri si caratterizza per «una tendenziale riduzione del carico fiscale, una riduzione delle aliquote nella prospettiva della aliquota unica, la volontà di superare definitivamente l’Irap, il ridisegno in termini certamente più civili del rapporto fra fisco e contribuente». E le proteste dei sindacati? «Ai limiti del surreale». Anche le opposizioni criticano il nuovo disegno fiscale: minerebbe il criterio della progressività previsto in Costituzione. «La realtà dei fatti», risponde Rossi, «è che il sistema fiscale attuale è già di per sé molto poco progressivo. La proposta prende atto di questo dato di fatto e correttamente parte dall’assunto che il compito di redistribuire risorse verso le fasce meno abbienti della popolazione debba essere attribuito al lato della spesa pubblica».

Domanda. Professore, la delega fiscale è oggi al consiglio dei ministri. È una riforma vera che va nel senso della semplificazione?
Risposta. È una proposta sotto molti punti di vista condivisibile e potenzialmente in grado di mettere riparo ad alcuni dei problemi più seri del nostro sistema fiscale. È una ipotesi di intervento complessiva e, per quanto è dato sapere, con una sua coerenza il che rappresenta certamente una significativa inversione di rotta rispetto alla pletora di interventi episodici e raffazzonati degli ultimi decenni. Si propone obbiettivi certamente ambiziosi ma, per quanto sappiamo, nel pieno rispetto degli equilibri di finanza pubblica e anche questo è un punto di grande rilevanza.

D. Entriamo nel dettaglio. Cosa trova condivisibile?
R. Innanzi tutto l’obbiettivo di una tendenziale riduzione del carico fiscale, la scelta di una riduzione delle aliquote nella prospettiva della aliquota unica, la volontà di superare definitivamente l’Irap, il proposito di andare verso un progressivo avvicinamento dei concetti fiscali e civilistici, il ridisegno in termini certamente più civili del rapporto fra fisco e contribuente. Non mancano i punti che avranno bisogno di una qualche ulteriore riflessione ma, ripeto, nel complesso mi sembra una proposta apprezzabile. Non posso non rilevare, infine, i tanti punti di contatto fra la proposta oggi in discussione e la proposta avanzata già cinque anni fa dall’Istituto Bruno Leoni, cosa che ovviamente è per l’Istituto con cui collaboro motivo di soddisfazione.

D. Eppure i sindacati l’hanno bocciata.
R. Con tutto il rispetto ma ho trovato la reazione del sindacato ai limiti del surreale. Essere invitati a parlare di fisco e manifestare poi la propria contrarietà perché non si è parlato di lavoro o sanità, come esponenti sindacali hanno osservato, è francamente surreale.

D. A parte questo, i sindacati lamentano le conseguenze della riduzione del numero di aliquote dal punto di vista della progressività e sostengono la mancata aderenza della aliquota unica sempre al principio costituzionale di progressività.
R. Il primo argomento è veramente difficile da seguire: ci si lamenta tutti i giorni del fatto che i soli redditi soggetti a tassazione progressiva sarebbero i redditi da lavoro e da pensione e poi, quando si mitiga la progressività nei confronti di quei redditi che il sindacato dovrebbe rappresentare, ci si straccia le vesti per la riduzione del grado di progressività. La seconda obiezione è semplicemente infondata: non servono competenze di matematica avanzata per capire che una aliquota unica associata ad una detrazione anche fissa per tutti i contribuenti genera un sistema progressivo. Moderatamente progressivo, certo, ma progressivo. Detto questo, la proposta mi sembra indirizzata verso una riduzione del carico fiscale mirata ai redditi bassi e/o medio bassi, si potrà essere più precisi solo quando conosceremo i dettagli della proposta. Ovviamente, dato il meccanismo degli scaglioni, è una riduzione di cui godrebbero anche i contribuenti con reddito più elevato, ma in misura – è il caso di dirlo – progressivamente sempre meno rilevante al crescere del reddito.

D. Anche alle opposizioni non piace, proprio perché sacrificherebbe la progressività.
R. Vale anche per le opposizioni quanto detto per il sindacato. La realtà dei fatti è che il sistema fiscale attuale – quello attuale, non quello proposto dall’esecutivo – è già di per sé molto poco progressivo nella sua interezza. La proposta, meritoriamente, prende atto di questo dato di fatto e correttamente – a mio modo di vedere – parte dall’assunto che il compito di redistribuire risorse verso le fasce meno abbienti della popolazione debba essere attribuito al lato della spesa pubblica, laddove invece al sistema fiscale si dovrebbe in primo luogo chiedere di essere orientato alla crescita.

D. E quindi?
R. A cosa serve un sistema fiscale appena appena progressivo, come quello attuale, se poi le principali diseguaglianze si formano per via di una sanità disomogenea sul territorio o per via di un sistema di istruzione lontano dai livelli dei principali partner europei? Questo è un punto che le opposizioni fanno molta fatica a vedere ma è difficile non osservare che il bilancio pubblico attuale ha fatto e fa ben poco per redistribuire risorse verso i meno abbienti e, di conseguenza, sarebbe forse il momento di cominciare a percorrere strade meno battute.

D. Cosa cambia con la riforma per lavoro dipendente e Iva?
R. Sullo specifico punto degli impatti sul lavoro dipendente è bene sospendere il giudizio fino al momento in cui sarà nota la nuova configurazione delle aliquote. Le ipotesi che a questo proposito circolano non offrono risultati che permettano giudizi univoci anche sembrerebbe comunque emergere una volontà di ridurre il carico fiscale principalmente per le fasce di reddito basse e medio basse. Queste potrebbero trarre giovamento anche dall’aliquota zero che potrebbe essere applicata ai generi di prima necessità. Una ipotesi di lavoro condivisibile in questo momento ma per la cui compiuta valutazione diventa necessario attendere i dettagli del riordino delle aliquote Iva.

D. Irpef: tre scaglioni?
R. Questo sembra essere l’orientamento ad oggi prevalente. Ma ottenuti come? Rivedendo come gli attuali quattro scaglioni? Come accade per tutte le riforme fiscali, sono i dettagli a definire concretamente il senso delle riforme stesse. Dettagli di cui ad oggi ancora non disponiamo. Bisognerà capire, inoltre, come si raccorderà la nuova struttura dell’Irpef con i vantaggi che si vorrebbero assegnare – come già si è fatto con il lavoro autonomo – ad incrementi di reddito da lavoro dipendente. Qui si annida uno dei pericoli della riforma e cioè il fatto che bandierine agitate spesso in campagna elettorale possano incidere su quello che dovrebbe essere uno dei principi cardine del nuovo sistema fiscale: la sua coerenza interna.

D. E la flat tax?
R. In base alla documentazione disponibile, sembrerebbe essere l’obbiettivo di legislatura. Avendo sostenuto, ormai anni fa, che l’aliquota unica è non solo un obbiettivo possibile ma anche concretamente perseguibile, è abbastanza naturale che io saluti questa indicazione con favore. Ma al di là delle preferenze personali, rimango realmente convinto che – per quanto si tratti di un obbiettivo non facile da perseguire stante la assoluta necessità di garantire senza ambiguità l’equilibrio dei conti pubblici – sarebbe una scelta sotto molti punti di vista positiva se associata ad interventi sul lato della spesa intesi, come dicevo, a preservare la finalità redistributiva del bilancio pubblico. Sottolineo che, per quanto si tratti di un obbiettivo di legislatura, è però essenziale che le scelte che si vorranno prendere oggi in tema di riforma fiscale dovranno essere pienamente coerenti – nei tempi, nei modi e nei contenuti – con l’obbiettivo finale. L’impatto anche immediato di una riforma fiscale è strettamente legato alla credibilità della proposta e di ogni sua fase.

D. Nulla invece per incentivare la produttività.
R. Questo è forse il punto che suscita maggiori perplessità. Per quanto è dato sapere, la proposta si affiderebbe agli incentivi presenti nella tassazione dei redditi di impresa, che verrebbe attenuata in presenza di specifiche decisioni occupazionali o di investimento. A mio modo di vedere non è una strada che possa portare molto lontano. Né il governo né tantomeno l’amministrazione dispongono delle conoscenze per poter anticipare le strade che l’innovazione può prendere all’interno di ogni impresa e, per quanto riguarda l’occupazione, eventuali interventi a sostegno della stessa non dovrebbero trovare posto nella tassazione dei redditi di impresa che dovrebbero, invece, conoscere significative riduzioni in tutti i casi i cui gli utili non fossero distribuiti, con le ovvie limitazioni e con la necessaria gradualità.

D. Resta il nodo coperture. Basterà rivedere il sistema di detrazioni e deduzioni?
R. L’intervento sulla pletora di agevolazioni oggi esistente potrà offrire una base di risorse alla riforma ma se si vorrà che questa risulti incisiva e muti le aspettative di famiglie ed imprese bisognerà fare in maniera che il processo di revisione della spesa vada oltre le cifre simboliche (e risibili) oggi previste.

da Italia Oggi, 16 marzo 2023

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