Secondo le previsioni degli analisti, quest’anno sul mercato dei bond sovrani arriveranno titoli dei Paesi europei pari a circa 1.400 miliardi di euro, un dato in crescita di oltre 80 miliardi rispetto al 2025, dovuto anche al ricorso al debito varato dalla Germania, e che rappresenta un nuovo record per il Vecchio continente. Come ricorda Nicola Rossi, professore di economia all’Università di Roma Tor Vergata, «una parte significativa di tale importo riguarda l’Italia. Per quest’anno il Mef prevede, infatti, emissioni lorde complessive tra i 350 e i 365 miliardi di euro solo per i titoli a medio e lungo termine. Penso, tuttavia, che il nostro Paese possa affrontare con relativa tranquillità il 2026 poiché negli ultimi anni sono state adottate politiche fiscali che hanno rimesso su un sentiero di sostenibilità il debito pubblico. Credo sia in ogni caso opportuna una sottolineatura rispetto al dato record europeo».
Domanda. Quale?
Risposta. Questo dato è connesso all’eccesso di debito pubblico che si registra nel mondo e che ha in questo momento un suo punto di particolare attenzione e delicatezza negli Stati Uniti. I mercati globali, quindi, dovranno assorbire un volume molto consistente di emissioni di debito pubblico di cui una parte importante sarà rappresentata dai titoli del Tesoro americano. C’è da sperare che tutto avvenga ordinatamente, perché molte istituzioni internazionali segnalano che la possibilità di una crisi del debito nei prossimi anni non può essere del tutto esclusa. In quel caso credo che l’Italia, avendo già alle spalle quasi cinque anni di disciplina finanziaria, si troverebbe in condizioni ben diverse da quelle del 2011.
D. Rispetto ad allora la situazione sembra in effetti cambiata: la settimana scorsa il Financial Times ha scritto che Italia e Spagna non sono più da considerare Paesi periferici dell’Europa come un tempo…
R. Sì, purché, come mi auguro, venga mantenuta una linea di prudenza fiscale e si attui un qualche intervento per spingere il Pil. È infatti evidente che un debito pubblico significativo come il nostro può essere sostenuto meglio se c’è un po’ più di crescita. Come spiegato in altre occasioni, per raggiungere questo obiettivo, a mio avviso, occorre anche riuscire a ridurre la pressione fiscale e il peso della burocrazia per mettere il settore privato nelle condizioni di offrire un maggior contributo alla crescita, senza più affidarsi solo alla mano pubblica.
D. L’Eurozona affronta questo nuovo record di emissioni di debito pubblico senza più il supporto degli acquisti della Bce.
R. Questo era preventivato ed era opportuno che così fosse: è giusto che gli Stati riescano a camminare con le proprie gambe. In tal senso è importante che la politica di prudenza e disciplina fiscale attuata dall’Italia venga mantenuta ferma negli anni a venire.
D. Come vede la situazione di Bce e Fed nell’anno appena cominciato? Sui tassi di interesse potrebbero prendere strade diverse.
R. Mi pare di capire che l’Eurozona abbia prospettive di crescita non proprio brillanti, ma certamente interessanti, che verranno tenute in conto dalla Bce nelle scelte da compiere sui tassi di interesse. Per quanto riguarda la Fed, i segnali sono un po’ contrastanti: se l’ultimo dato sul Pil americano è significativo, altrettanto non può dirsi per altri indicatori, in particolare relativi al mercato del lavoro. Ho la netta sensazione che permanga una situazione di non totale chiarezza circa la direzione che sta prendendo l’economia americana.
D. Prima ha ricordato che gran parte delle emissioni di debito a livello globale riguardano gli Stati Uniti. La Fed avrà un qualche ruolo nel rendere meno problematiche le cose per il Tesoro Usa?
R. Penso lo capiremo in tarda primavera, quando dovrà essere nominato il successore di Jerome Powell alla guida della Fed. Si saprà allora quanto l’Amministrazione Usa ha a cuore il concetto di indipendenza della Banca centrale. La questione rileva non solo per gli Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo.
D. In che senso?
R. Se ci fossero segni di attività in grado di minare l’indipendenza della Fed, i mercati potrebbero trarne conseguenze che potrebbero non fermarsi agli Stati Uniti: non solo diventerebbe più complicato collocare titoli di Stato americani, ma a quel punto le preoccupazioni che citavo all’inizio su una possibile crisi del debito comincerebbero a rivelarsi fondate.