Il vaccino italiano e lo stato imprenditore

L'idea che i poteri pubblici siano più saggi lungimiranti del mercato è infondata

20 Aprile 2021

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche Teoria e scienze sociali

Secondo indiscrezioni di stampa il Governo italiano avrebbe avviato una trattativa coi produttori di vaccini a Rna messaggero – in particolare Curevac, che sembra prossima a ottenere l’approvazione – per avviarne la produzione nel nostro paese. L’operazione coinvolgerebbe gli stabilimenti italiani di Novartis e Reithera. Quest’ultima è la società nella quale Invitalia ha recentemente acquisito una partecipazione del valore di circa 80 milioni di euro, con l’obiettivo di sviluppare un vaccino tricolore entro la fine dell’estate. Appare evidente che, se le notizie diffuse ieri saranno confermate, siamo di fronte a un brusco cambio di strategia: non più un ipotetico vaccino autarchico, ma capacità produttiva addizionale per quelli che esistono e funzionano, a sostegno della campagna vaccinale.

Non possiamo che esserne contenti: esattamente due mesi fa commentavamo l’operazione Invitalia-Reithera dicendo che non serve un vaccino italiano, ma vaccinare gli italiani. La vicenda, però, è istruttiva perché mostra quanto sia fallace l’idea alla base dello Stato imprenditore, ossia che lo Stato (cioè: i politici) possegga informazioni più precise e abbia un atteggiamento più orientato al lungo termine e al benessere collettivo dei mercati. Semplicemente, questo non è vero: non si tratta di una affermazione ideologica, ma di un’osservazione empirica, la quale sta ricevendo l’ennesima conferma.

Dal punto di vista del paese, bisogna sperare che le cose vadano esattamente così. Ma non possiamo esimerci da una domanda: col senno di poi, era davvero necessario che lo Stato partecipasse all’operazione Reithera con un finanziamento in equity? E’ comprensibile che, in una crisi pandemica, il governo voglia sostenere la produzione nazionale di vaccini, dalla cui disponibilità dipende del resto la ripresa. Ma qui abbiamo di fronte due errori: il primo, appunto, è stato quello di scommettere su un vaccino inesistente anziché contribuire alla manifattura di quelli già certificati. Il secondo: per quale ragione il sostegno deve avere la natura di un ingresso nel capitale e non, invece, di un prestito garantito o, al limite, di un finanziamento a fondo perduto? La scelta di acquisire quote proprietarie ha ben poco a che fare con gli obiettivi della campagna vaccinale, e riflette invece la pretesa, più o meno consapevole, di usare la pandemia come cavallo di Troia per conseguire l’egemonia pubblica sull’economia.

20 aprile 2021

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