Sui vaccini c'e bisogno di un libero dibattito

Oggi è alla prova la nostra capacità di preferire la strada della persuasione a quella della costrizione

26 Luglio 2021

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Se per quasi un anno la questione è rimasta sotto traccia (anche per l’inefficienza delle autorità nel reperire i vaccini), ora il tema dell’obbligo vaccinale è diventato centrale nel dibattito pubblico. Da un lato abbiamo una maggioranza che ritiene che i rischi connessi alla vaccinazione siano minimi (e comunque inferiori ai rischi legati al Covid 19) e che – oltre a ciò – giudica legittimo introdurre misure coercitive per arrivare alla piena copertura dell’intera popolazione. Tra costoro, in realtà, sono pochi quanti ritengono che sia possibile usare la violenza per vaccinare i riottosi, ma prevale comunque la tesi che si debba esigere la vaccinazione se si vuole entrare in un locale, viaggiare oppure accedere al posto di lavoro.

Sul fronte opposto c’è una minoranza composita che unisce i “no vax” in senso stretto, avversi perfino ai vaccini tradizionali per i bambini (contro poliomielite, tetano, pertosse, ecc.), quanti non si fidano dei vaccini realizzati nell’ultimo anno e mezzo (che hanno seguito percorsi accelerati di autorizzazione) e anche coloro secondo cui, oggi, i rischi del Covid 19 non siano tali da giustificare la vaccinazione: specie se si è giovani e in salute, e quindi in grado di affrontare la malattia con le cure ormai collaudate.

Il confronto tra queste due Italie ha luogo su vari piani. In genere si enfatizza da una parte come dall’altra la dimensione scientifica, in dibattiti tecnici in cui medici e virologi si confrontano giocando a delegittimarsi. C’è però anche altro. In qualche modo, oggi è un po’ alla prova la nostra capacità di preferire la strada della persuasione a quella della costrizione, quella del rispetto a quella dell’imposizione. E c’è anche un problema di riconoscimento di una minoranza, che non può essere oppressa da altri solo perché sono più numerosi.

In fondo, nessuno può pensare di avere la verità in tasca e c’è anche bisogno di un libero dibattito su questi temi: così da chiarire, ad esempio, se vi siano oppure no vaccini che causano frequentemente trombosi in certi soggetti e se, di conseguenza, sia meglio usare taluni farmaci per i giovani e altri per i più anziani. Ma oltre a ciò è indispensabile che si prenda atto di quanto ci dicono i dati ufficiali degli ospedali, dove il numero dei ricoverati rimane basso ed egualmente quello dei decessi.

Se il Covid 19 fosse sempre più simile a un’influenza e sempre meno al virus Ebola, sarebbe giusto lasciar perdere ogni soluzione direttamente o indirettamente coercitiva, preferendo la via del confronto e del dialogo, oltre che della tutela di quel principio costituzionale sancito dall’articolo 32, che riconosce il diritto alla libertà di cura. Non c’è affatto bisogno di essere ideologicamente contrari ai vaccini per capire che una società libera ammette l’esistenza di una pluralità di posizioni.

Negli Stati Uniti è in larga misura grazie agli amish, una minuscola confessione protestante che vive tuttora come nel diciottesimo secolo, che s’è affermata un’ampia libertà di educazione. Una società aperta è insomma tollerante, traendo la propria forza anche dalla sua varietà di visioni e prospettive.

da La Provincia, 26 luglio 2021

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