Usare le pensioni come leva di crescita, non come fonte di gettito

Per garantire i futuri pensionati bisogna mettere i fondi in condizione di investire il più liberamente possibile

3 Giugno 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

In Europa, e in Italia soprattutto, c’è molto risparmio che non viene investito in imprese europee, e italiane. Parte di questo risparmio è coatto: quel poco o quel tanto dei contributi versati dai lavoratori per la loro pensione che finiscono non a finanziare le pensioni in essere, ma ai fondi. I fondi pensione li impiegano per garantire un certo rendimento, compatibilmente con un basso profilo di rischio: proprio perché stanno maneggiando quella che sarà, passata una certa soglia di età, la fonte di reddito di molte persone. 

Dovunque questo secondo pilastro contributivo – che si affianca e in alcuni casi può sostituire quello pubblico – è stato stimolato, esso ha contribuito a mobilitare risparmi a favore dell’economia reale e dell’innovazione, a beneficio dei risparmiatori e dei futuri pensionati. Negli Stati Uniti i piani 401k hanno trasformato i lavoratori in capitalisti, che beneficiano dell’andamento del mercato azionario e del boom delle imprese innovative. Il risparmio previdenziale investito in Usa corrisponde al 150% del PIL, in Europa solo al 25% e soltanto tre paesi Ue (Danimarca, Svezia e Paesi Bassi) hanno fatto del sistema previdenziale una leva per la crescita (si veda l’approfondimento di Nicolas Marques nello studio IBL-Epicenter sul nuovo bilancio europeo).

Tuttavia, perché questo meccanismo funzioni è necessario, da un lato, rendere pienamente responsabili i gestori dei fondi pensione verso i lavoratori: i loro risparmi devono essere gestiti nel loro interesse, non concepiti come una forma di finanziamento a basso costo per le imprese (o per alcune di esse). Dall’altro lato, è necessario rimuovere i disincentivi che frenano l’utilizzo del risparmio privato in asset produttivi: per esempio, la fiscalità oggi favorisce i titoli di stato, i cui rendimenti sono tassati al 12,5%, contro tutte le altre rendite finanziarie che sono tassate al 26% (parificare l’aliquota è una delle riforme che abbiamo proposto per la prossima legge di bilancio). Peggio ancora, pur prevedendo modesti incentivi (quali il lieve incremento della soglia di deducibilità negli investimenti nei fondi pensione), il governo ha recentemente aumentato il carico fiscale su tali impieghi, incrementando i contributi annuali dovuti alla Covip.

Tutto questo mal si accorda con lo sbandierato obiettivo di mobilitare il risparmio per le imprese. In realtà il risparmio andrebbe mobilitato soprattutto per i risparmiatori e per i futuri pensionati: è a loro che deve garantire prestazioni più dignitose. Se quello è l’obiettivo, bisogna mettere i fondi in condizione di investire il più liberamente possibile. Immaginare eventuali corsie preferenziali a vantaggio dell’investimento “nazionale” è controproducente e anche un po’ folle, dal momento che l’autostrada ancora proprio non esiste.

oggi, 3 Giugno 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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