Usa, lo Stato azionista di Big tech non fa bene ai mercati

Il mito dello Stato imprenditore sta prendendo piede anche nel luogo che ne è sempre rimasto più immune: gli Stati Uniti.


6 Luglio 2026

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Quando Enron stava per fare bancarotta, l’amministratore delegato Kenneth Lay bussò a tutte le porte. Telefonò al presidente della Federal Reserve Alan Greenspan e al Segretario del Tesoro Paul O’Neill, chiedendo loro di intercedere con le agenzie di rating. Declinarono. Un portavoce chiarì che Greenspan non fece nulla, perché sarebbe stato inappropriato.

Gli americani sono esseri umani come tutti. Anche negli Stati Uniti le classi dirigenti tendono a essere fatte di persone che si conoscono, e dunque ogni tanto si aiutano, per convenienza o per amicizia. Fino a tempi recenti, però, lo hanno fatto con assai più circospezione di quanto accada da noi. L’arbitro faceva attenzione a non farsi vedere con la maglietta di questa o quella squadra.

La separazione fra Stato e Chiesa era un valore imprescindibile per i padri fondatori americani, nipoti ed eredi di dissidenti religiosi che in Inghilterra avevano sperimentato l’ostilità della Chiesa di Stato. Forse per analogia, altrettanto cara era loro la separazione fra Stato ed economia. Anche per questo, l’impresa pubblica, negli Usa, è sempre stata una (rara) eccezione.

Il muro che separava Stato ed economia è sempre stato poroso e nel corso degli anni si era crepato in più punti. Alcune industrie, in primis quella della difesa, sono da tempo interlocutori speciali di Capitol Hill. Trump, però, l’ha picconato. È una delle cose che meno sorprende gli osservatori europei, assuefatti al protagonismo degli Stati in economia. Ma l’ingresso del governo nel capitale di Intel, o lo scambio quattrini contro licenza di fare affari con la Cina sottoscritto con Nvidia, o le foto a pranzo attorniato dai ceo delle imprese tech come se fossero i capi delle partecipate, svelano la mentalità di un Presidente che si pensa Chairman del conglomerato Usa. Come sempre, anche quando la politica mostra i muscoli non è detto sia lei a guadagnarci: men che meno il popolo americano.

Secondo il Financial Times, OpenAI medita di cedere il 5% al governo federale. La logica è apertamente quella di mettersi sotto la protezione dello Stato, ottenerne il supporto e un occhio di riguardo per le forniture pubbliche. Il deal può essere presentato, da una parte e dall’altra, con parole altisonanti: si parla di «condividere» i benefici dell’Ai con il pubblico, un po’ come si fa in Alaska con il petrolio. Ma finirà per tutelare l’attuale leader di mercato, a scapito dei concorrenti di oggi e soprattutto di domani.

Una volta la Casa Bianca avrebbe lasciato cadere l’idea e il ministro del Tesoro non avrebbe preso la telefonata. Una volta.

oggi, 7 Luglio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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