Gli uomini e i mercati. Quello che i soci (privati) non dicono

Il gioco dell'oca delle nomine e le ambiguità dello Stato azionista

17 Aprile 2023

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Il gioco dell’oca delle nomine delle partecipate pubbliche si è concluso e le somme sono state tirate nel modo più cronico: chi ha perso, chi ha vinto. Nel senso dei partiti e dei leader politici che tengono il pallottoliere di manager e amministratori “amici”. In realtà ci dimentichiamo spesso che le liste depositate dal Tesoro per i Cda delle partecipate fanno parte di una liturgia che comunque segue un ritmo “privatistico”.

Eni, Enel, Poste, Leonardo, per quanto conservino nello Stato un azionista di riferimento, sono state parzialmente privatizzate, sono quotate in borsa e i tempi della loro governance somigliano a quelli delle altre imprese del listino milanese. I nomi che vi hanno fatto la loro comparsa sicuramente raccontano il momento politico e le relazioni che, in Italia come in qualsiasi altro Paese, intercorrono fra grandi manager e capi politici, gli uni e gli altri parte della classe dirigente. Ma rispecchiano anche la necessità di assicurare una leadership che, almeno sulla carta, non faccia storcere il naso agli azionisti privati, spesso fondi internazionali. 

Veti e obiettivi 
Le partecipate vengono considerate “private” quando c’è da lamentarsi o da biasimare il presunto neoliberismo che avrebbe “smontato” l’apparato industriale italiano, negli anni Novanta, per ragioni di cassa. Ma sono invece “pubbliche” nel momento in cui c’è da prendere le decisioni per definizione più delicate: ovvero da scegliere chi si troverà a guidarle. Questo è l’orientamento della politica ma anche del racconto dei media. Forse bisognerebbe provare a mettere le cose in prospettiva. 

Il permanere dello Stato nell’azionariato ne fa, anzitutto, il detentore di un potere di veto, che può stabilire dei vincoli all’operatività del management. Non è detto che lo faccia: come tutti, anche i gestori pro tempore di una partecipata tentano di anticipare le reazioni dei loro azionisti (privati e pubblici) e proveranno di norma a non mettersi nei guai. Questo potere di veto a disposizione del pubblico è visto da alcuni come uno strumento per sintonizzare interesse privato e bene pubblico. E’ più probabile che rappresenti un problema, anzitutto per la classe politica stessa. Se lo Stato azionista davvero volesse spingere sul pedale dell’efficienza, esso dovrebbe comportarsi né più né meno come un azionista privato: cioè valutare i suoi investimenti sul metro dei profitti e la capacità dei suoi manager sulla loro performance. Però se lo Stato fosse un azionista come gli altri, non si capirebbe che cosa ci sta a fare nella proprietà di alcune grandi imprese. 

Alla politica piace giustificare la propria presenza sulla base di alcuni obiettivi teoricamente sfasati nel tempo rispetto al mercato: la sicurezza nazionale, l’indipendenza energetica, per esempio, o gli investimenti in ricerca e sviluppo (fra retorica e realtà c’è sempre un certo iato). Più prosaicamente, l’azionista pubblico tenterà per esempio di tutelare i livelli occupazionali, oppure la presenza in determinati territori, cercando di evitare scelte che magari possono migliorare i bilanci ma segnano bassa pressione sul barometro del consenso. 

Giudizi e capacità 
Inoltre, è tutto da vedere che i partiti politici (e financo le grandi strutture burocratiche) abbiano al loro interno figure in grado di valutare in modo appropriato la strada presa dalle diverse imprese. Monitorare le attività di un consiglio di amministrazione è già difficile per gli azionisti privati, che parlano la stessa lingua e che investono risorse proprie per analizzare contesto di mercato e operato delle diverse imprese che hanno in portafoglio. E’ più complicato per la politica, anche perché quando si occupa di imprese (pensate alle telco e la banda larga) lo fa inserendole in un racconto ideologico, indipendente da dati ed evidenze specifici del settore. Che non è detto che quelli che una volta si chiamavano «responsabili economici» dei partiti sappiano maneggiare, se non facendo riferimento ad alcuni suggeritori: i quali saranno senz’altro in perfetta buona fede, ma non è detto che non abbiano una propria agenda personale. 

I gestori pro tempore della cosa pubblica possono pertanto mettere in difficoltà i gestori pro tempore delle partecipate, ma non per questioni di redditività, come farebbe un azionista privato. Non è forse un caso se molti dei grandi gruppi italiani hanno perseguito strategie di internazionalizzazione, negli ultimi anni. Spinti, certo, dalla grandeur di cui le industrie pubbliche fanno spesso mostra ma anche dal comprensibile desiderio dei manager di operare in spazi nei quali i vincoli politici fossero più lievi. Privatizzazioni “vere” implicherebbero la contendibilità del controllo delle aziende. E sicuramente essere «privati ma anche pubblici» è una ambiguità pericolosa: significa che si è talora l’uno talora l’altro, sempre sulla base di considerazioni contingenti. 

Nello stesso tempo, però, non si può negare che la presenza di azionisti privati, e spesso internazionali, non abbia effetti rilevanti. Da una parte, circoscrive l’arbitrio del pubblico, anche per quel che riguarda la nomina degli organi di governo. Dall’altra, costituisce un interesse rilevante che può essere un interlocutore attrezzato del pubblico e, spesso, una sponda utile al management che lavora per lo Stato senza assorbirne la mentalità. Sono fattori che passano in secondo piano, nel risiko delle partecipate, ma che proteggono quelle aziende molto più di quanto non faccia la buona fede dei leader del momento. 

da L’Economia del Corriere della Sera, 17 aprile 2023

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