Un potere senza contropoteri?

Il ruolo e i limiti del potere giudiziario italiano: tra responsabilità, equilibrio istituzionale e necessità di nuovi contrappesi

28 Novembre 2025

Conquiste del Lavoro

Carlo Marsonet

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Questione complessa, quella della giustizia. Soprattutto in un Paese, l’Italia, in cui spesso il confine tra politica e giustizia, e viceversa beninteso, diventa spesso estremamente labile. Un tema dunque importante e delicato, allo stesso tempo. Nella misura in cui, va ricordato, l’equilibrio e il bilanciamento reciproco tra i poteri è essenziale per la tenuta di un sistema liberal-democratico o costituzional-pluralistico, che dir si voglia. Un libro recente, a più mani e da più visuali, affronta questo problema. I signori del diritto. Il potere più irresponsabile, pubblicato da IBL Libri, esce tra l’altro in un momento particolare. E cioè quando viene approvato il disegno di legge costituzionale volto ad apportare alcune modifiche — per alcuni barbare, per altri cruciali per una giustizia più giusta e una civiltà davvero liberale — al sistema giudiziario italiano. Quel che è certo è che ne sentiremo delle belle — speriamo sul merito della questione — durante campagna referendaria. Ma torniamo al libro, scritto da un filosofo della politica, Raimondo Cubeddu, e un docente di Diritto costituzionale, Pier Giuseppe Monateri, e con la prefazione di Nicolò Zanon, già giudice della Corte Costituzionale e docente di Diritto pubblico.

Partiamo proprio dal saggio di quest’ultimo, ben più spesso di una “semplice” prefazione. Per Zanon, la magistratura italiana ha dimostrato spesso di non essere davvero un organo “terzo”. Prova ne è che non di rado il giudice che è chiamato a prendere soluzioni si fa guidare dalle proprie convinzioni personali, anziché rispettare la legge applicandola. Per Zanon, non si può dimenticare che esiste un’etica del “buon giudice”, che altro non è che, per l’appunto, non farsi guidare nei giudizi dal proprio foro interiore: si tratta insomma «di ricordare l’importanza del compito, doloroso ma realmente costitutivo della dimensione del giudicare, di dover dare applicazione a regole sulle quali non si è “internamente” d’accordo: e di guardare con preoccupazione all’inversa tendenza, oggi molto diffusa, a risolvere questa apparente contraddizione, “piegando” il diritto alle convinzioni etiche, ideologiche o morali dell’interprete». Per Zanon, dunque, sarebbe auspicabile recuperare una deontologia professionale ispirata al self-restraint e alla judicial modesty.

Dello stesso tenore è anche il contributo di Monateri, il cui titolo lascia poco spazio ai dubbi: La casta dei giuristi. La repubblica parallela del potere senza responsabilità. Per lo studioso, l’espressione “casta”, ben nota soprattutto quando applicata alla politica è ancor più utile quando si parla della magistratura. Anche se il termine è forte, per l’Autore è adatto a definire un potere, quello giudiziario, che si considera intoccabile, quando invece, come abbiamo detto all’inizio e come peraltro riteneva l’autore de Lo spirito delle leggi, necessita come tutti i poteri propri di un sistema liberale di contrappesi. Il problema principale per Monateri è l’irresponsabilità della “casta giuridica”. Un potere che non viene né valutato né criticato: in questo secondo caso, quando ciò si verifica, succede che si tuona immediatamente contro il “golpe”. «Nessuna funzione democratica può esistere al riparo da ogni forma di controllo», scrive però Monateri. Se la democrazia ha bisogno di giuristi, ha allo stesso tempo bisogno di giuristi “responsabili”, che sappiano svolgere il proprio ruolo senza travalicarne il limite. Quel che serve, scrive l’Autore, è un “nuovo patto tra giuristi e società”: non bisogna escludere i primi, ma serve che essi non invadano il campo altrui. La soluzione, allora, «è riconoscere che la loro forza risiede nella misura, non nell’invadenza. Che l’autorevolezza nasce dalla competenza sobria, non dall’arroganza normativa», giacché i giuristi «non devono essere gli architetti del consenso, né i custodi del possibile», ma devono ricordarsi di essere «i tecnici dell’agibilità, i garanti della forma, i difensori della legalità».

Ma come siamo arrivati allo smarrimento della sobrietà del giudice richiamata da Monateri? Nel suo saggio, Cubeddu è convinto che si tratti di un processo di lungo periodo. E che origina, in buona sostanza, dal tradimento dell’ideale autentico del diritto. Da tutore della persona, ma non nel senso della difesa dei suoi diritti naturali quanto piuttosto delle utilità via via emerse dallo scambio delle diverse pretese individuali, esso si è fatto altro da sé. Meglio ancora, ha assunto una diversa postura: quella di strumento volto a raddrizzare la realtà esistente sulla base dell’etica. Ne è risultata pertanto una trasformazione radicale del diritto, il quale ha finito per confondersi sempre più con la politica. Con un esito tutt’altro che incoraggiante: e cioè arrivando a creare un potere dai confini poco chiari e che, sulla base dell’etica, cerca di imporre attraverso la forza certe visioni ritenute “giuste”.

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