Un diritto si assegna soltanto dopo aver valutato gli effetti sul benessere generale

La lezione di Coase: il governo dovrebbe cercare di mimare il mercato e legiferare in modo da ridurre i costi di transazione


18 Marzo 2024

Affari & Finanza – la Repubblica

Alessandro De Nicola

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Sono passati pochi mesi dal decennale della scomparsa – alla veneranda età di 102 anni – di Ronald Coase, Nobel per l’Economia nel 1991 e uno dei padri dell’analisi economica del diritto. È giunta quindi puntuale la pubblicazione di un libro (Ronald H. Coase), scritto dall’economista Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni. Leggendolo si ripercorre l’avventura intellettuale di Coase, nato nel 1910 in un sobborgo di Londra, studi alla London School of Economics e poi una serie di posizioni accademiche soprattutto negli Stati Uniti.

La fama dell’economista britannico si basa essenzialmente su due articoli, uno scritto nel 1937, The Nature of the Firm, e l’altro nel 1960, The Problem of the Social Cost, corredati da un paio di libri e un’altra decina di saggi. Ciononostante, Coase rivoluzionò la scienza economica, soprattutto grazie all’analisi dei cosiddetti “costi di transazione”, ossia quei costi che gli attori economici sostengono per agire nel mercato: dall’acquisizione di informazioni ai consulenti per negoziare i contratti, passando per le assicurazioni e l’attuazione degli accordi, tutto ha un prezzo.

Il ruolo dei costi di transazione venne dapprima analizzato dal giovane Ronald con riguardo all’impresa, fino ad allora soggetto poco studiato. Nel suo articolo del 1937 l’esistenza dell’impresa viene legata esattamente ai costi di transazione: in teoria l’imprenditore potrebbe approvvigionarsi di ciò che gli serve sul mercato contrattando di volta in volta forniture di materie prime, progettazione, assemblaggio, consulenze e così via. Ma non sarebbe pratico negoziare centinaia di contratti diversi e quindi conviene costituire un entità che abbia un assetto gerarchico e organizzato che agisca secondo direttive precise. Naturalmente, questo non implica che si debbano creare dei monopoli o dei moloch che facciano tutto in casa, perché con l’eccessiva grandezza e burocrazia sorgono i costi di transazione interni e si genera inefficienza. Ecco perché il confine tra impresa e mercato è mutevole a seconda delle circostanze, settore economico, istituzioni.

Questo ragionamento ci porta dritti al problema del costo sociale che oggi, in un contesto in cui si vuole addossare alle imprese ogni tipo di regolamentazione per rimediare alle esternalità negative da esse generate, diventa particolarmente interessante.

Un passo indietro. Un grande economista inglese, Arthur Cecil Pigou, aveva teorizzato che allorquando il mercato non riuscisse a ottenere un risultato efficiente, quando insomma si manifestasse un “fallimento di mercato”, lo Stato dovrebbe intervenire per raddrizzare la situazione. Tipico esempio è la fabbrica che produce beni di consumo inquinando l’ambiente. Il proprietario vende la merce ricavandone un profitto, ma allo stesso tempo danneggia i vicini che sopportano i fumi. In questo caso la tassazione dovrebbe colpire quella particolare merce per incoraggiare l’impresa a spostarsi su modi di produzione puliti oppure costringerla a risarcire il danno al vicinato. Se al contrario si fabbricano automobili a energia solare contribuendo a tenere pulita l’aria, allora è bene sussidiare l’impresa che crea esternalità positive. Così facendo il decisore pubblico ha stabilito che i vicini hanno un diritto all’aria pulita superiore al diritto di produrre della fabbrica inquinante e la casa automobilistica ha il diritto di operare senza incorrere in perdite. 

Ebbene, la grande intuizione di Coase è che se non ci fossero i costi di transazione i quali, ad esempio, rendono difficile per l’imprenditore inquinante contrattare a uno a uno con centinaia di residenti nelle vicinanze, l’assegnazione dei diritti di proprietà sarebbe del tutto indifferente perché le parti troverebbero da sole la soluzione più efficiente. Supponiamo che il beneficio che l’impresa ricava dalle sue merci sia 10 e quello degli abitanti a risiedere in quella zona sia 5. Se il diritto fosse dalla parte dei vicini, allora all’impresa converrebbe pagare 5 agli abitanti per compensarli del fastidio. Se il diritto fosse dell’impresa, allora i vicini traslocherebbero o pagherebbero fino a 5 per installare un filtro per i fumi. Totale sempre 10 o qualcosa di più – poniamo 11 – se il filtro costasse solo 4.

Qual è la lezione? La prima è che il governo dovrebbe cercare di mimare il mercato e legiferare in modo da ridurre i costi di transazione, incoraggiando trasparenza, meno burocrazia, veloce adempimento dei contratti, certezza del diritto. La seconda è che prima di assegnare a priori il diritto – ad esempio quello dei tassisti di avere un numerus clausus di licenze – dovrebbe valutare gli effetti sul benessere generale. Nel nostro caso, se ad esempio ci fosse stato un divieto assoluto di fabbricare, si sarebbe generato un esito pari a -5, il +5 dei residenti e il -10 dell’imprenditore.

Ai lettori giudicare se lo Stato italiano sia seguace di Coase o di Caos.

da Affari & Finanza – La Repubblica, 18 marzo 2024

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