Un'azienda privata ha tutto il diritto di oscurare contenuti

Intervista ad Alberto Mingardi

23 Settembre 2019

Il Giornale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto «Bruno Leoni» – centro studi con sedi a Torino e Milano che promuove le idee liberali – sul fatto che Facebook ha oscurato account di estrema destra ha idee molto chiare.
«Farlo è un pieno diritto di Facebook. Il diritto alla libertà di espressione e di stampa non è automaticamente anche un diritto ad avere una stamperia. Si deve accettare che chiunque diffonda le proprie idee, anche se le consideriamo aberranti: troppo facile difendere soltanto le persone con le quali siamo d’accordo. Ma ciò non significa che tutti gli spazi siano aperti a tutti».

Perché Facebook è un’azienda privata…
«Appunto. È una grande agorà cui accedo senza pagare il biglietto: è un suo diritto decidere di non ospitare certi contenuti, come ad esempio la pornografia, che invece Twitter non censura».

Quali sono i criteri per aprire o chiudere le porte a certi contenuti?
«Per fortuna o purtroppo sono i criteri che collimano con le opinioni generali della società in cui viviamo. Ad esempio: io personalmente non lo penso, ma l’opinione comune, quella della società contemporanea, è che i nazisti uccidessero per odio, i comunisti per amore. Quindi i crimini di Hitler non sono comparabili a quelli di Stalin. E quindi Facebook, azienda privata che si regola secondo le idee generali della società pubblica, oscura CasaPound ma non – chessò – un collettivo di estrema sinistra. È il pensiero dominante, filtrato dalla classe intellettuale, e che arriva alle persone comuni. A me può non piacere, ma è così».

Insomma, il problema non è Facebook ma la società.
«Il meccanismo che scatta sui social è lo stesso che scatta nella società. A volte per evitare il conflitto si preferisce evitare il confronto con idee anche totalmente sbagliate, alle quali bisognerebbe rispondere in maniera pacata e con argomenti precisi, cosa più faticosa ma più efficace. La censura, chiamiamola così, è controproducente: se non concedo spazio e voce ai negazionisti o ai terrapiattisti, coloro che sono propensi a credere a quelle idee penseranno che, se non se ne vuole parlare, allora c’è qualcosa di vero…».

Che una società privata faccia ciò che vuole è nelle regole del libero mercato.
«Sì, e anche del buon senso. Dentro Facebook siamo affittuari senza pagare l’affitto. Se non ci piacciono le regole che detta, ce ne andiamo».

Curioso, poi, che spesso contro Facebook e i giganti digitali si scaglino proteste populiste e anticapitaliste che nascono proprio nella Rete.
«È una contraddizione molto interessante. La convinzione è che Facebook sia uno strumento per affratellare e avvicinare, e però alla fine diventa un grande alleato del populismo e del complottismo, cose molto divisive. Nei social si ricostruiscono le stesse tribù della società reale, all’interno delle quali ci si parla per avvalorare le proprie convinzioni senza confrontarsi con la tribù nemica. Ma ancora una volta: la colpa è del mezzo o del modo in cui siamo fatti noi?».

da Il Giornale, 22 settembre 2019

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