Un anno di attese

Le promesse del 2014 e le aspettative per 2015

19 Dicembre 2014

Istituto Bruno Leoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Stretti tra la tentazione di guardare indietro con nostalgia e avanti con timore, o all’opposto di rivolgerci all’anno trascorso con rammarico e a quello futuro con illusione, alla fine dell’anno quello che desideriamo è una pausa dal turbinio, un’interruzione di coscienza, una dedizione solo ai buoni sentimenti, che renda meno inquieto il passaggio dall’attimo che muore all’attimo che sorge.

Noi dell’Istituto Bruno Leoni, è con spirito di ottimismo che vogliamo inviarvi i nostri migliori auguri per l’anno che verrà.

Convinte della bontà delle idee autenticamente liberali, le persone che animano l’Istituto non possono che essere ottimiste e fiduciose verso il futuro.

Credere nella libertà vuol dire, infatti, credere nella capacità individuale delle persone di migliorare in maniera spontanea e, appunto, libera, se stessi e la vita degli altri.

Essere liberali, come l’Istituto vuole essere, non può che voler dire essere ottimisti. Solo se si nutre fiducia nelle persone come liberi esseri pensanti e agenti, solo se si è convinti che non vi sia nulla di più importante della loro libertà, sia come strumento di azione che come obiettivo ultimo di una vita degna di essere vissuta, si può guardare con speranza il futuro, anche in una situazione socialmente ed economicamente difficile come quella che l’Italia sta attraversando.

Non si può certo nascondere che sia stato un anno, e non il primo, difficile. Non solo dal punto di vista economico, ma, di riflesso, anche dal punto di vista sociale.

Abbiamo iniziato il 2014 con un governo di pochi mesi, ce lo hanno sostituito repentinamente con un altro. In questa fatica a trovare un indirizzo politico per il paese nel quale pure chiediamo alla politica di risolvere tutto, le elezioni sembrano, più che una soluzione possibile, una spada di Damocle sulla testa di italiani che non vogliono più andare a votare, forse perché ai loro occhi tutti pari sembrano, o forse, e peggio, perché non riescono a individuare un’alternativa possibile.

La brevità degli ultimi governi non è una novità, anzi. Nella Repubblica italiana, i governi sono durati anche molto meno di quanto durino ora. Con due sostanziali differenze, tuttavia. La prima, che nei decenni passati c’era una continuità politica tra i governi che non è stata necessariamente un bene nel merito delle cose fatte, tutt’altro, ma che comunque garantiva una certezza dell’azione pubblica oggi completamente persa. L’immaturità della politica italiana rispetto ad altre esperienze di bipolarismo ha invece colto l’alternanza di governo come un modo di smentire e smontare quello che ha fatto chi ha preceduto, senza riconoscimento di alcuna continuità istituzionale. Su questo, la difficoltà delle riforme costituzionali e elettorali è emblematica. La seconda differenza è data dalla disaffezione verso l’attività di governo, di cui è chiara spia il crescente astensionismo al voto. Rispetto all’alba repubblicana, alle elezioni politiche si reca oggi alle urne il 17% in meno di votanti, trascurando le elezioni europee e regionali.

Non votare non è immorale. È semplicemente una scelta e un segnale. È una scelta legittima dell’elettore, e un segnale per gli eletti. Se l’astensionismo cresce, vuol dire che lo scontento è cresciuto, non già verso questo o quel partito, ma verso l’idea stessa di rappresentanza democratica.

Una coscienza, quella della putatività della rappresentanza democratica, che però dovremmo condurre alle sue estreme conseguenze.

Concentrati a riempire moduli di reclami e cahiers de doléance verso la pubblica amministrazione e la politica, trascuriamo troppo spesso di tentare una diversa soluzione dei problemi. Anziché chiedere una riorganizzazione per una PA più efficiente, facce nuove per una politica meno corrotta, regole diverse per un governo più responsabile, troppo poco chiediamo di essere lasciati liberi di provvedere da noi ai nostri bisogni. Sì certo, chiediamo continuamente la semplificazione delle procedure o l’intelligibilità delle leggi, ma non lo chiediamo con definitiva convinzione. Non arriviamo a chiedere ‘meno’, per tutti, a riconoscere che è da noi, dalla nostra responsabile libertà di provare, sperimentare, riuscire, fallire, scoprire, innovare che dobbiamo ripartire, e – per quanto d’accordo che in generale ci sono troppo Stato, troppe tasse, troppa lottizzazione politica – quando ci tocca qualcosa di spiacevole, siamo lì a chiedere che il demiurgo pubblico si occupi di scacciarlo.

Se guardo indietro a questo anno, vedo ancora questa discrasia.

Abbiamo iniziato l’anno con un piano del precedente governo intitolato roboantemente Destinazione Italia. Doveva servire ad attrarre investimenti stranieri, facendo finta che i problemi strutturali della nostra economia – fisco, rischio regolatorio e giustizia civile su tutti – non ci fossero e bastasse uno sportello Italia per far venire voglia di investire qui.

Durante il cambio di governo, abbiamo antiveduto il default di Roma Capitale, dopo che, per diventare tale, era stata foraggiata di milioni di euro. Le fanno compagnia altri comuni in dissesto, come Napoli o Alessandria. Nel frattempo, abbiamo creduto che gli sprechi fossero nelle province, e non nelle regioni né nei comuni e nelle attività ad essi satellitari. Ci siamo accontentati quindi di cambiare l’architettura istituzionale delle province, passata come loro abolizione. Illusi che la riforma del fisco, della giustizia, della burocrazia fossero il traguardo di una corsa 100 metri, stiamo permettendo intanto che gli orari dei negozi tornino ad essere regolati da una legge di Stato, anziché essere scelti dai commercianti, che la tassazione sul risparmio (il risparmio!) aumenti, che in un immediato futuro l’IVA salga al 25,5%, che il monitoraggio della spesa pubblica sia un mero esercizio tecnico di qualche commissario inascoltato, che la trovata dell’anno per uscire dalla crisi siano più spesa a debito e più investimenti pubblici, come se dal passato nulla avessimo ad imparare; invochiamo l’aiuto di Cassa depositi e prestiti come fosse l’alba di una nuova Iri, accettiamo che con decreto si salvi Ilva e con sanatorie si stabilizzino i precari della scuola; abbiamo teso la mano ad 80 euro come si tende a un gesto di carità mentre dalla tasca ci sfilano il 65,4% della ricchezza prodotta dalle nostre imprese (total tax rate, Banca mondiale) e il gettito tributario – nonostante la crisi – da gennaio a ottobre è aumentato dello 0,6%.

In Europa, intanto, lasciamo che pensino a una specie di sistema fiscale unico, per aggirare l’ostacolo di una concorrenza fiscale che minaccia la «fame cupa» (direbbe Dante) dell’erario.

Certo, non siamo ‘noi’, ma ‘loro’ ad aver fatto tutte queste cose l’anno scorso (e in quelli precedenti).

Sì, c’è qualcuno esterno a noi che ha fatto tutto questo, che non conosce sazietà dei nostri guadagni e risparmi, che impone a ogni neonato, già al primo vagito, un debito pubblico di più di 35.000 euro, che si avvale non più di una legislazione incomprensibile, ma persino ignota per giorni e giorni dalla fittizia approvazione negli arcana imperi del governo, che ha perso ogni decenza nel garantire la certezza delle regole, che abusa delle misure cautelari, che non teme di espropriare la proprietà privata senza valido titolo, che minaccia di togliere la prescrizione dalle procedure penali e tributarie come se avesse diritto di vita e di morte su di noi sine die.

Qualcuno esterno, appunto, che conosce senso di dominio, piuttosto che di servizio.

Mi vengono allora in mente le parole che Margherite Yourcenar mette in bocca all’imperatore Adriano, nelle sue celebri memorie: “Eravamo noi che, ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo faticosamente per fare dello Stato una macchina atta servire gli uomini, e che rischiasse il meno possibile di sopprimerli.”

Ecco, noi vogliamo davvero una macchina atta a servirci, che rischi il meno possibile di sopprimerci?

Siamo pronti, culturalmente, per questa richiesta?

Dietro quelle regole, quegli atti, quelle decisioni c’è una precisa cultura, che investe non solo chi ci ha governato in questo scorso anno e in quelli precedenti, ma anche noi. Ecco perché spesso cambiare le regole non basta. Se così fosse, la pubblica amministrazione non dovrebbe mai chiederci estratti, certificati e atti già in suo possesso, e la digitalizzazione avrebbe snellito già molto di più di quanto non sia i rapporti tra privati e burocrazia, e le norme fiscali non dovrebbero mai essere retroattive, e la maggior parte delle persone in carcere in attesa di giudizio non dovrebbero essere lì.

È una questione, invece, di cultura, di modo di pensare il nostro ruolo come individui liberi nella società, e quindi di costruire, giorno dopo giorno, i rapporti tra noi e l’apparato pubblico.

Ci è chiaro che non possiamo avere questa libertà finché più della metà del nostro impegno è dirottato dallo Stato. Ma non abbiamo forse ancora sufficientemente chiaro che lo Stato a cui chiediamo aiuto, lo Stato verso cui ci indigniamo quando non ci ‘salva’ il posto di lavoro è lo stesso Stato che, per fare ciò che gli chiediamo, ha bisogno di quei soldi, o comunque trova il pretesto per averne bisogno.

Se ripercorro con la mente la cultura politica che, anche in questo anno passato, ha sotteso ai rapporti tra cittadini e autorità pubblica, rivedo 1300 scioperi da gennaio a novembre, rivedo il recente sciopero politico e l’occupazione delle scuole che mostrano la schizofrenia tra la percezione di uno Stato oppressore e la richiesta di uno Stato paternalista, rivedo la proposta di Confindustria giovani di ostracizzare le imprese che delocalizzano, rivedo l’accettazione generalizzata dell’evasione come la pietra dello scandalo della vessazione fiscale a cui siamo sottoposti, rivedo la richiesta di salvataggio di imprese e comparti industriali, quando non di una nuova politica industriale, rivedo l’adesione intorno a una manovra di bilancio in deficit e il consenso per il ritorno degli investimenti pubblici, rivedo il successo editoriale dello Stato innovatore (Mazzuccato) del Capitale nel XXI secolo (Piketty), della Solidarietà (Rodotà), vedo la raccolta di firme per abrogare la riforma delle pensioni, vedo la gogna mediatico-giudiziaria per Dolce e Gabbana.

La domanda vera, quindi, è se possa mai esistere un potere statuale, o come lo si voglia chiamare, simile a quello vagheggiato dall’imperatore Adriano.

E qui, guardando all’anno futuro, e volendo necessariamente essere ottimisti, non posso che rispondere sì. Può esistere. Ma dobbiamo volerlo. E la condizione necessaria per volerlo, e quindi per sperare in un anno migliore, è riscoprire quella che Constant definiva la libertà dei moderni, la libertà di essere lasciati in pace, di poter scegliere come vivere, dove destinare le proprie risorse, verso dove indirizzare le proprie forze.

Perché non dovremmo confidare sulle nostre singole intelligenze, anziché su una intelligenza centralizzata che decide per noi quanto succo di frutto va nelle bibite o quale industria vada aperta e dove?

In fondo, è la fiducia nella nostra intelligenza creativa che ci ha reso uomini, millenni fa.

E mai come oggi godiamo i frutti di un progresso che ha dato il meglio di sé quando gli uomini sono tornati ad avere fiducia in sé e nella capacità di costruire un futuro migliore anche per i propri cari.

Mai, come ora, il mondo è meno povero. In questi ultimi 30 anni, la soglia di povertà estrema (meno di 1,25 dollari al giorno) è crollata dal 36,4% del 1990 al 14,5% nel 2011 (Banca Mondiale), grazie alla globalizzazione; da 70 anni, c’è pace tra gli Stati d’Europa, dopo che hanno sostituito alla spada il commercio; negli ultimi anni, la ricerca applicata, e non la decrescita, stanno imparando a fronteggiare il consumo delle risorse naturali.

Ci attende non solo un 2015 migliore del 2014, ma un futuro migliore del passato, come sempre è stato, in questa avventura straordinaria dell’umanità. Se solo, però, diamo uno scatto di reni alla nostra responsabilità di soggetti coscienti e senzienti, capaci con la loro intelligenza e la loro forza morale di migliorare la propria condizione e quella dell’ambiente circostante, come sempre è avvenuto quando abbiamo messo da parte la retorica di una piagnucolante indignazione per lasciar posto a quella di una responsabile libertà.

Borges un giorno scrisse che lo sconcerto che proviamo l’ultimo giorno dell’anno è un misto di «sospetto generale e confuso» e di «stupore davanti al miracolo». Vorrei che, in questi ultimi rintocchi del 2014, fosse più il senso di stupore che non il sentimento di sospetto ad accompagnarci verso il 2015, senza il quale non potremmo tornare ad avere più fiducia in noi stessi e nelle nostre abilità di provare a risolvere da noi i nostri problemi.

Serena Sileoni

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