L'umanità che scambia il grano liberamente diventa una famiglia e rinuncia agli eserciti

Richard Cobden (Midhurst, 1804-1865) è stato uno dei fondatori e leader del manchesterismo

12 Marzo 2023

Tutto Libri – La Stampa

Argomenti / Teoria e scienze sociali

L’imprenditore-politico Richard Cobden lottò per l’abolizione dei dazi sui cereali nell’Inghilterra di metà ‘800. Una raccolta di suoi scritti permette di riconoscerne i limiti e apprezzarne gli stimoli per il tempo presente 

La casa editrice Rubbettino, nei suoi cinquant’anni di storia celebrati nel 2022, ha assunto un ruolo importante nella diffusione del pensiero politico ed economico in Italia. Da Soveria Mannelli, comune calabrese di meno di tremila anime, si diffondono testi legati al liberalismo e all’economia sociale di mercato (penso ai libri di Wilhelm Roepke), oltre agli studi scientifici sull’intelligence curati da Mario Caligiuri, i profili originali che collocano la storia economica italiana in una prospettiva internazionale, come Il banchiere del mondo di Giovanni Farese e Paolo Savona. 

Qui si colloca anche il recupero, per il pubblico italiano, di alcuni classici sottovalutati: è il caso del volume di Scritti e discorsi politici di Richard Cobden (1804-1865), raccolti a cura e con un’approfondita introduzione di Alberto Mingardi. Cobden è stato un imprenditore, attivista e politico britannico che ha legato la sua carriera al sostegno del libero commercio e all’abolizione delle leggi protezionistiche sui cereali, avvenuta negli anni ’40 dell’Ottocento, ma anche alla promozione del trattato di commercio franco-britannico. 

È stato un intellettuale europeo, per l’influenza delle sue attività e dei suoi viaggi in Francia e in Italia. Il lettore delle opere di Cobden vi riconosce la capacità oratoria e stilistica tipica del parlamentarismo inglese. Nella sua vita pubblica, Cobden parte da una visione minoritaria, in cui l’ideale del commercio, espresso dal dinamismo e dalle contraddizioni della società britannico ottocentesca, cerca uno spazio culturale. Per esempio, a fronte della proliferazione di istituzioni legate all’agricoltura, alla botanica, alla frenologia, Cobden lamenta la ridotta diffusione culturale del tema del commercio: «Non abbiamo associazioni di commercianti, uniti insieme dal comune obiettivo di illuminare il mondo su una questione così poco compresa e così diffamata come il libero scambio». 

Il dinamismo del commercio permette di scardinare vincoli di stampo feudale, un tempo ritenuti sacri, e in questo modo ha un effetto politico. Interessante, da questo punto di vista, anche il discorso all’Accademia dei Georgofili del 1847, pubblicato nell’appendice del volume, che testimonia lo stretto rapporto con gli intellettuali italiani: «È un tristo rimprovero per il nostro secolo illuminato, che la libertà commerciale non sia stata adottata da lungo tempo per tutta l’Europa». 

La resistenza nei confronti del libero commercio rallenta l’obiettivo di «unire l’uman genere nei vincoli di fratellanza e di scambievole dipendenza». L’importanza del pensiero di Cobden va allora collocata in un nodo della società occidentale di cui è uno dei più appassionati testimoni. Come scrive Mingardi, in Cobden il commercio funziona come vera e propria pedagogia della pace. E Cobden nei suoi scritti immagina le conseguenze politiche dell’applicazione, dopo mille anni, del trionfo del principio del libero scambio. Questo processo indebolirà a suo avviso in modo decisivo «il desiderio e il movente di grandi e potenti imperi, di giganteschi eserciti e grandi marinerie». Così «scompariranno» le forze di distruzione, perché l’umanità attraverso lo scambio «diventa una grande famiglia». 

Una prospettiva a dir poco ottimistica, e che spesso la storia s’incarica di smentire in modo netto. Ma è un pensiero di lungo corso che attraversa la storia occidentale, dal doux commerce (l’addolcimento dell’umanità attraverso gli scambi) degli scritti di Montesquieu, secondo cui l’effetto naturale del commercio è di portare alla pace, fino alla determinazione degli uomini che hanno costruito le istituzioni internazionali, come Cordell Hull, storico segretario di Stato negli undici anni dell’amministrazione di Franklin Delano Roosevelt. 

Nella storia del commercio ci sono anche i conflitti, le vulnerabilità e le contraddizioni. Pensiamo, oggi, all’importanza della diversificazione nelle forniture di alcuni beni o al peso di alcune tecnologie. Il cammino della pace, la pedagogia della pace, non può basarsi solo sulla proclamazione di una razionalità commerciale destinata ad «abolire» la guerra, altrimenti il rischio è la caricatura della razionalità per cui è rimasto celebre Norman Angell. Nel libro La Grande Illusione del 1910, uscito in una prima edizione l’anno precedente col titolo Europe’s Optical Illusion, Angell sostiene che in un’epoca di intenso commercio internazionale la guerra non sia più conveniente per nessuno e che la consapevolezza nell’opinione pubblica dell’irrazionalità della guerra possa contribuire in modo decisivo a scongiurarla. 

L’enorme successo di questo libro nei Paesi europei suscitò l’ironia di Winston Churchill, il quale si riferì già alla prima guerra balcanica del 1912 per indicare i limiti intellettuali «delle persone che professano di sapere che il pericolo della guerra è diventato un’illusione». Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il lavoro di Angell è divenuto oggetto di scherno. Allo stesso tempo, occorre riconoscere un fatto: picconare costantemente il commercio in nome della permanenza dei conflitti è una strada che non porta da nessuna parte. La ricchezza e il benessere non possono essere prodotti, e quindi nemmeno diffusi, in un mondo fatto di sfere di sicurezza nazionale, del tutto separate e indifferenti. 

È pericoloso rassegnarci a vivere in un mondo in cui il commercio, secondo una possibile estensione della nuova parola d’ordine del friendshoring, viene costantemente e quasi indiscriminatamente sottoposto a vincoli politici. In questo modo si darebbe ragione a Carl Schmitt e alla divisione insuperabile tra amici e nemici, destinata a dominare e a paralizzare l’economia. Per questo, nel mondo in cui la sicurezza nazionale ha ormai mostrato il suo imperio, e in cui la ristrutturazione delle catene del valore cambia la globalizzazione, dobbiamo continuare a leggere Cobden. Per riconoscere i suoi limiti e apprezzare i suoi stimoli.

da Tutto Libri – La Stampa, 11 marzo 2023

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