Uber, lo studioso: “Cambiamento inarrestabile”. Ma il sindacalista: “Lo Stato stabilisca le regole”

Con UberPOP chiunque, quale che sia il colore della sua macchina, può offrire per una frazione della giornata il servizio di trasporto, sicuro che i potenziali clienti saranno informati della sua esistenza

12 Novembre 2014

La Stampa

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Fra regole del ventesimo secolo, e tecnologia del ventunesimo, può svilupparsi una certa tensione. Il caso di Uber è un esempio fra tanti. Una serie di innovazioni ormai di uso comune (servizi di geolocalizzazione, smartphone, “virtualizzazione” dei sistemi di pagamento) rende obsolete le modalità tradizionali del trasporto pubblico non di linea.

Una banalità: ovunque, i taxi sono chiaramente riconoscibili (macchine bianche, gialle, black cab come a Londra). Il colore della carrozzeria segnala al cliente che quella vettura può portarlo dove desidera, pagando s’intende. Con UberPOP, arrivata anche a Torino, quella disponibilità ci viene segnalata attraverso una App. Non c’è più bisogno di avere depositi in cui tante automobili, tutte uguali l’una all’altra, aspettano il cliente interessato. Non c’è nemmeno bisogno che chi le guida decida di fare soltanto quel mestiere. Chiunque, quale che sia il colore della sua macchina, può offrire per una frazione della giornata il medesimo servizio, sicuro che i potenziali clienti saranno informati della sua esistenza.

Probabilmente anche in passato alcune persone, senza essere tassisti di professione, sarebbero state disponibili ad offrire “passaggi a pagamento”. Oggi tanto Uber quanto BlaBlaCar costruiscono attorno a questa disponibilità delle community di driver, che riescono ad interloquire con altre community di passeggeri e a intercettarne la domanda.

Non c’è da stupirsi, se il legislatore non ha immaginato una realtà di questo tipo: era inimmaginabile fino a pochi anni fa. Ciò non significa, però, che non sia necessario prenderne atto. Non è una situazione facile. Lo Stato in generale, i Comuni in particolare, hanno fatto una promessa esplicita a chi ha acquistato licenza di taxi: la promessa che quell’acquisto valeva a limitarne la concorrenza. Col senno di poi, una liberalizzazione del comparto (ogni tentativo in merito è andato puntualmente fallito, per la strenua opposizione della categoria) avrebbe forse preparato il terreno a un mutamento tanto radicale, ma non avrebbe cambiato i termini della questione. Il cambiamento appare inarrestabile perché è avvenuto sul terreno della tecnologia, non su quello delle regole.

Leggi il resto su La Stampa, 12 novembre 2014

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