La twitter di Musk (se sarà sua): più umanità, meno algoritmi

Meglio un «rullo» di opinioni reali, che quelle scelte dall'intelligenza artificiale: il piano per cambiare il social

16 Maggio 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

John Perry Barlow era un tipo curioso: poeta, autore di alcune canzoni dei Grateful Dead, attivista politico. Nel 1996 scrive una «Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio». Era un’intimazione ai «governi del mondo stanchi giganti di carne e di acciaio»: che stessero alla larga dal cyberspazio, «la nuova dimora della Mente». Proprio dalla sua immaterialità, dal fatto che fosse «ovunque e da nessuna parte» ma non fosse il «dove» nel quale vivono i nostri corpi, venivano possibilità straordinarie. «Stiamo creando un mondo in cui ognuno in ogni luogo possa esprimere le sue idee, senza pregiudizio riguardo al fatto che siano strane, senza paura di essere costretti al silenzio o al conformismo».

C’è un prima e un dopo, nella storia di Internet. Lo psicologo sociale Jonathan Haidt data l’inizio del dopo al 2009, quando Facebook introduce il pulsante «like» e Twitter il pulsante «retweet». L’uno e l’altro sono parte delle nostre vite al punto che non ci ricordiamo di averne mai fatto a meno. Determinano la cosiddetta dinamica «virale»: le piattaforme ci propongono, sulla base dell’esperienza passata (dei «contenuti» ai quali abbiamo già dimostrato di essere sensibili), quei post che è più probabile si accaparrino un like. Questi tendono a essere contenuti che suscitano emozione: in particolare, se ci limitiamo alle province del discorso politico, che suscitano sdegno. Barlow pensava che la discussione dematerializzata su Internet potesse essere più razionale, relativamente libera dai motivi identitari, dall’appartenenza indotta dal mondo dei «corpi». Le cose sono andate diversamente.

Sono pochi gli esseri umani persuasi del fatto che sia «più stimabile il tiepido sì di un uomo eccezionale che non un generale consenso» (Baltasar Gracin). I social accentuano il conformismo e il bisogno di approvazione: rinchiudono ciascuno di noi nella sua «bolla» tribale, per cui gli altri sono nemici da annichilire (solo verbalmente, per fortuna). Gli algoritmi costituiscono le pareti invisibili della bolla, che ci rimandano continuamente a contenuti graditi perché simili a contenuti già in precedenza di nostro gradimento. È facile, in totale buona fede, arrivare a pensare che nessuna persona perbene possa pensarla diversamente, se siamo esposti solo a un certo genere di pensiero. Ed è quello che avviene regolarmente: sono in molti, ormai, a pensare non tanto che le risposte degli altri siano sbagliate ma che non debba essere loro riconosciuto nemmeno il diritto di fare domande. Il sogno degli anni Novanta si è rovesciato: la disintermediazione dell’informazione non ha creato un mondo in cui chiunque possa esprimere le proprie idee senza pregiudizi, ma tante caserme dalle quali nessuno esce se non col fucile spianato verso il nemico.

Dopo aver comprato il 9% di Twitter, Elon Musk aveva concluso un accordo per l’acquisizione dell’azienda, con l’obiettivo di farne il delisting, sottrarla alla borsa. Ora l’operazione è in forse. L’impresa non è certo la più profittevole delle Big Tech ma è quella che più contribuisce al formarsi dell’opinione pubblica e quindi anche alla sua tribalizzazione.

Per anni le piattaforme hanno sostenuto di non essere editori e che gli utenti fossero i soli responsabili di quanto «postavano». È più difficile crederci, da quando hanno rimosso, dopo i fatti del 6 gennaio, l’account di Trump. Un mezzo di informazione che decide di non far parlare il Presidente degli Stati Uniti sconfitto alle elezioni prende una pesante decisione editoriale. Post rimossi e account sospesi sono, ormai, eventi ricorrenti. Che farebbe, Musk?

Ha fatto discutere la sua presa di posizione contro l’esilio imposto a Trump a vita. In realtà egli ha fatto notare come i «ban» permanenti sottraggano al dibattito voci comunque importanti, spingendole altrove. Ha già dichiarato guerra ai bot, i falsi utenti utilizzati per incrementare la «circolazione virale», perché indeboliscono Twitter: e infatti l’attuale stallo della transazione si deve proprio a dettagli relativi a questi problemi.

Gli utenti «fanno» il valore dell’azienda, ma solo se sono esseri umani in carne e ossa. Musk ha poi suggerito agli utenti di guardare i tweet in ordine cronologico, anziché affidarsi all’algoritmo che li seleziona sulla base delle preferenze passate. Una mossa coerente con l’articolo di Haidt: meglio essere esposti a un «rullo» di opinioni, che ricalca le reazioni in tempo reale agli eventi, che a idee prefiltrate.

Il valore di borsa di Twitter è crollato, nel timore che Musk non lo acquisti più. Se alla fine il padrone della Tesla non rinuncerà ai «cinguettii», lo attende una sfida titanica. Nessuno sa come risolvere i problemi della comunicazione in rete, proprio per questo servono esperimenti nuovi. In gioco ci sono libertà di parola e qualità del dibattito pubblico. Musk viene accusato di avere un’idea di Internet «anni Novanta»: alla Barlow. Forse un’idea simile non può più essere riproposta. Ma Musk di cose impossibili nella vita ne ha già fatta qualcuna.

da L’Economia-Corriere della Sera, 16 maggio 2022

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