La prossima riunione della FED potrebbe scontentare Trump, che vuole tassi bassi nonostante i rischi inflazione e debito.
1 Settembre 2026
L'Unione Sarda
Alberto Mingardi
Direttore Generale
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Tra un paio di settimane, il 15 e 16 settembre, si terrà la riunione della Federal Reserve. Sicuramente la banca centrale americana non taglierà i tassi d’interesse, potrebbe addirittura alzarli. L’inflazione, negli Stati Uniti, resta sopra il 3% annuo; l’obiettivo dell’istituto di emissione è il 2%. Nel suo recente discorso a Jackson Holm, alla riunione dei banchieri centrali, Kevin Warsh, il successore di Jay Powell alla guida della Fed, ha ribadito la sua determinazione a centrare quell’obiettivo.
Warsh non piace all’opinione pubblica internazionale, a causa del suo peccato originale: lo ha scelto Trump. Nella decisione di quest’ultimo, in parte hanno pesato le sollecitazioni del mondo conservatore, in parte si sono fatte valere relazioni “newyorkesi”: Warsh è sposato con Jane Lauder, dell’omonima dinastia dei cosmetici. È opinione diffusa che il presidente voglia un costo del denaro “basso”. Questo è coerente col profilo del personaggio.
Il tasso di interesse è il tasso di cambio fra presente e futuro: ci dice qual è la stima diffusa del valore, in dollari di domani, dei dollari di oggi. Se l’impressione è che un dollaro di oggi valga sensibilmente più di un dollaro di domani, la domanda ne è stimolata. Vale per i beni di consumo come per gli immobili. In questo caso, bassi tassi rendono conveniente accendere un mutuo.
Il denaro preso a prestito, quando lo restituirò con gli interessi, varrà meno di oggi. Il debitore un po’ ci guadagna e il creditore un po’ ci perde. I grandi costruttori, come Trump, sono abituati a lavorare facendo a loro volta debiti importanti, con gli interessi che rappresentano una delle voci di costo più significative di qualsiasi progetto. La riduzione dei tassi ha quindi effetti sostanziali sulla redditività di un investimento immobiliare.
A questo, che era il vissuto del Trump costruttore di immobili e alberghi, si somma l’esperienza del Trump presidente. È impressionante pensare che, fino alla fine degli anni Sessanta, fino cioè alla presidenza Nixon, gli Usa erano abituati a pareggiare il bilancio, non tutti gli anni ma con una certa frequenza. Persino dopo l’esplosione di spesa pubblica della seconda guerra mondiale, Truman prima ed Eisenhower poi ridussero sensibilmente le spese: quest’ultimo lasciò a Kennedy un bilancio in attivo. Lo stesso fece, appena ventisette anni fa, Bill Clinton.
Non così oggi. Se già negli anni Dieci era prevalsa la tendenza alla spesa in deficit, oggi gli Usa hanno un deficit che nel 2026 è previsto intorno al 5,8% del PIL, senza piani per ridurlo in modo significativo. Le presidenze Trump e la presidenza Biden sono state diverse sotto molti punti di vista, ma non sotto questo. Il debito americano oggi supera i 40 mila miliardi di dollari: il 123% del PIL, se si conta il debito totale, comprensivo di quello intragovernativo; il 101%, se si conta solo quello detenuto da risparmiatori e investitori. Nel 2000, erano rispettivamente il 53%e il 35% del prodotto.
La situazione americana è diversa da quella dei paesi europei una semplice ragione: il dollaro è la valuta di riserva del mondo e i titoli di debito americano sono a lungo stati ritenuti safe asset per eccellenza. Ma il mercato non è cieco di fronte a queste dinamiche, e infatti quest’anno i rendimenti che il Tesoro americano deve offrire per collocare i propri titoli sono salili parecchio. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha messo in campo manovre per calmierarli, a partire da un’intesa con il Giappone perché continui a comprare debito USA.
In questo contesto, a Trump convengono tassi più bassi anche perché rendono il debito USA più sostenibile: il che significa che consentono pure di continuare a indebitarsi. È esattamente ciò che è accaduto, anche in Europa, con i tassi bassi o negativi degli ultimi vent’anni. Ma significa anche un’inflazione più marcata, che gli americani non vogliono (è l’inflazione che è costata la Casa Bianca ai democratici) e che la Fed ha il mandato esplicito di contrastare. Per le cose che pensa e che dice, Warsh è forse il banchiere centrale più “anti-infiazionista” dopo Paul Volcker. Vedremo, nel giro di due settimane, se darà seguito a quelle parole, anche a costo di scontentare chi l’ha nominato.