In gergo, quello approvato ieri dal Consiglio dei ministri è il secondo “pacchetto sicurezza”, dopo il provvedimento della scorsa primavera. I decreti legge sono però più numerosi e vanno dal decreto Rave party ai decreti Cutro e Caivano. Il fatto che vengano definiti con le vicende di cronaca da cui prendono origine dice tutto della logica simbolica che accerchia una materia estremamente importante e delicata come l’ordinamento penale.
Prendiamo la questione dell’uso dei coltelli, su cui il governo si è concentrato, ancora una volta, dopo il terribile delitto in classe di Abanoub Youssef. Già ora è vietato portarne uno anche solo per difendersi, figurarsi per minacciare o, peggio, usare violenza. Se si viene fermati in possesso di un coltello, bisogna dimostrare, a seconda del tipo, di averne licenza specifica o di farne un uso lecito. Averne uno mentre si sta nell’orto è un conto, portarlo in classe un altro. Le nuove regole rendono più severe le norme già in vigore e introducono il divieto di vendita ai minori.
La loro fallacia è plurima. Si può usare impropriamente un coltello anche da maggiorenni, come purtroppo è accaduto a Napoli pochi giorni fa. In ogni caso, i divieti di vendita ai minori, come dimostrano sigarette e alcol, sono facilmente aggirabili. Ma, soprattutto, non occorre che un ragazzino vada in negozio per procurarsi un coltello. Gli basta andare nella cucina di casa.
Il punto è che queste modifiche alla disciplina penale già esistente non sono pensate per scongiurare nuovi terribili fatti di cronaca, ma per dare una risposta simbolica e su misura a quelli, purtroppo, già avvenuti.
Dubbi simili si possono avere anche con riguardo alle altre disposizioni che sono diretta conseguenza dei fatti di Torino. Proprio questa maggioranza, con il decreto sicurezza dell’estate scorsa, ha introdotto un inasprimento delle pene per il reato di danneggiamento in occasione di manifestazioni, oltre ad alcune forme di protezione a favore delle forze dell’ordine. Non ancora uno scudo penale, ma uno scudo economico per le spese sostenute per la difesa in procedimenti per causa di servizio, la possibilità di portare armi anche quando non a lavoro nonché nuove aggravanti per i delitti di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Lo scudo che il governo avrebbe voluto aggiungere è diventato, grazie all’intervento del Quirinale, una generale forma di garanzia legale per chi, in divisa o no, ha agito in presenza di una causa di giustificazione.
Quanto al D.A.SPO., sono anni che vediamo allargarsi la casistica, fino all’introduzione della D.A.SPO. cd. Willy, perché approvato, ancora una volta, dopo l’omicidio del giovane Willy Monteiro Duarte. L’inflazione dei reati e delle pene, sartorialmente cuciti su quello che è appena accaduto, segue una logica bizzarra e ribaltata: dare una risposta a qualcosa che è già successo.
Una logica panpenalistica che avrebbe persino esaurito il suo capitale politico, se fosse possibile guardare agli episodi di violenza per la loro reale e specifica natura, e non per la loro forza rappresentativa: legalità contro immigrazione; ordine contro antagonismo; sicurezza contro maranza.
Non occorre sfogliare i rapporti sulla sicurezza e la criminalità per avere il fondato dubbio che l’una non si ottiene e l’altra non si combatte aggiungendo fogli e commi ad una Gazzetta Ufficiale già fittissima. Nella maggior parte dei casi, le regole, le pene, i reati già ci sono. Se c’è qualcosa di meglio da fare è in come usarle, sia in fase esecutiva che nelle aule dei tribunali.
Proprio le vicende di Torino dimostrano che la questura sapeva molto più di quello che immaginavamo, al punto da aver emesso fogli di via obbligatori, effettuato sequestri e notificato avvisi orali e divieti di accesso. Ma mostrano anche che molta della forza della manifestazione è venuta, come la procuratrice generale di Piemonte e Valle d’Aosta Lucia Musti e l’ex deputato PD Stefano Esposito hanno affermato, dall’accreditamento riconosciuto negli anni a Askatasuna e, in generale, dall’accondiscendenza politica e culturale a proteste nate per chiedere il ripristino non della legalità, ma dell’illegalità. Grazie a questa accondiscendenza da parte della galassia a sinistra, alla maggioranza di destra non è rimasto che fare senza sforzo quello che ha finora fatto: aumentare pene, reati e aggravanti come forme evocative di sicurezza, su cui vanta il monopolio politico.
Le opposizioni dicono che dal governo viene solo propaganda, ma se questo è possibile è perché qualcosa di diverso dalla propaganda non viene nemmeno da loro. Finché sarà così, di qualsiasi tipo di violenza, disagio, forma d’odio o povertà educativa si tratti, la risposta sarà sempre solo un surrogato simbolico (penalistico) della presenza dello Stato. Una presenza destinata ad essere un’inutile tigre di carta, della stessa natura dei reati e delle pene che riempiono la Gazzetta Ufficiale.