Tra leghisti e dem

Milano-Emilia i feudi invertiti

28 Maggio 2019

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Uno dei dati più sorprendenti del voto di domenica è il contrastante comportamento di Milano e dell’Emilia Romagna. Nel capoluogo lombardo gli ex-comunisti del Pd si sono affermati come primo partito (36% dei suffragi), mentre la Lega risulta in testa – con il 33% dei voti – nella regione di Peppone e delle cooperative rosse. Lo sappiamo: la sinistra non sa più parlare al popolo. Già Luca Ricolfi s’era interrogato sulle ragioni che fanno sì che i progressisti riescano tanto anticipatici, prigionieri del complesso di essere migliori. E se la sinistra guarda tutti dall’alto in basso, è normale che dalle urne escono tali risultati. Si dice spesso che Matteo Salvini sia il migliore allievo di Umberto Bossi: per l’immediatezza nel comunicare, per l’avversione a ogni principio (in nome del pragmatismo), per il suo presentarsi come uno di noi anche dopo decenni di professionismo politico. E in una fase segnata dall’immigrazione, la contrapposizione tra italiani e stranieri ha fatto breccia pure tra chi votava falce e martello.

Considerando come il leghismo abbia certo un retroterra democristiano, genera stupore il fatto che Salvini abbia avuto successo proprio in quell’Emilia in cui la Dc aveva sempre fallito. Ugualmente curioso è il voto di Milano, dato che la più borghese città italiana ha deciso di affidarsi a un residuato della Prima Repubblica. Il perché lo si può capire. Mentre il popolo è attratto da chi assicura al contempo meno tasse e meno spese (perché questa è l’essenza del populismo di Lega e Cinquestelle), l’elettorato milanese sa che stiamo rischiando e che l’ipotesi del commissariamento esiste. Per giunta, il nostro debito pubblico sta mettendo a rischio l’intera Europa.

I ceti produttivi lombardi che votano il Pd ritengono allora di fare una scelta di «serietà».Pensano pure che la Ue, se rappresenta un vincolo di fronte agli abusi, non sia il peggiore dei mali. Anche stavolta è comunque tragico prendere atto che una metropoli così dinamica abbia deciso di dare fiducia al vetusto apparato post-comunista guidato da Nicola Zingaretti.
In verità, la «capitale morale» dovrebbe aprire gli occhi: perché se Salvini non ha soluzioni, neppure ne ha il Pd. Milano dovrebbe sentire l’orgoglio di ciò che è, trasformando in iniziativa politica la sua attuale marginalità, le sue frustrazioni, le ingiustizie che subisce da uno Stato pesante, costoso, inefficiente. Ma se anche la borghesia lombarda resta prigioniera del passato, è difficile nutrire ottimismo.

Da Il Giornale, 28 maggio 2019

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