Ieri pomeriggio ho assistito a un interessante dibattito televisivo tra Corrado Augias, passano gli anni e il suo garbo di esposizione sembra aumentare, e il filosofo Umberto Galimberti: uno che ha sempre l’aria di quello a cui hanno ammazzato il gatto. Parlavano di cose forti, di Donald Trump, del referendum, ma in un contesto poco mondano: la tecnica che distrugge l’uomo, il Noi che ritorna sull’Io, l’Illuminismo che non ha mai frequentato i padri fondatori e così via.
Sono andato subito a compulsare un prezioso e recente libretto curato da Nicola Iannello che si intitola La libertà e i suoi nemici. Le radici intellettuali dell’antilliberalismo contemporaneo (IBL-Libri). E lì ho trovato la lampadina che inconsciamente mi si era accesa. È nell’incipit di Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer: «La terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».
«Questo è l’esito tragico dell’Illuminismo» secondo la scuola di Francoforte, insiste Sergio Belardinelli. Senza prenderci troppo sul serio e senza prendere troppo sul serio un dibattito televisivo, lì in quel salotto c’era un pezzo della scuola di Francoforte; ma la prima: quella di inizio Novecento. Certo Galimberti potrebbe saltare sulla sedia: uno junghiano, allievo di Jaspers.
Resta però intatto quel nodo irrisolto che ci portiamo avanti dall’inizio del secolo scorso, come nota al succo Berardinelli: la distinzione tra Kultur e Zivilisation. In cui c’è tutto: patria, famiglia, individuo, arte e tecnica, tradizione e innovazione. Ma al cui fondo c’è lo scontro radicale tra individuo e collettivo o, come direbbe Luigi Einaudi, tra cittadino e Stato. La Kultur come spirito di un popolo e come sua identità irriducibile contro la Zivilisation che indica progresso tecnico, commercio, diritto codificato.
Siamo ritornati là. Nel nuovo millennio affrontiamo la tecnologia pensando di sfidarla con una intervista a lei stessa (ci ha provato con effetti ridicoli il Corriere della sera l’altro giorno, con una intervista di Walter Veltroni a Claude…). Crediamo che le macchine, quelle dell’800 come quelle di oggi, siano al servizio di se stesse. Come, anche se diversamente a quelle di ieri, riteniamo che siano coscienti: cioè umani, anzi ultra-umane. Critica ferocissima dunque a quello stesso umanesimo di cui si nutre l’individualismo liberale.
In fondo ha ragione Iannello nelle prime righe della sua introduzione: «Chi sono i nemici della libertà? La prima risposta che viene in mente è: i dittatori, i despoti… ma c’è anche una galleria di pensatori che hanno contribuito a forgiare strumenti concettuali impiegati a comprimere la libertà». E nel libro ce n’è una bella antologia…