Torna l'inflazione, ma non è un bene

Il prezzo che pagheremmo sarebbe altissimo

3 Marzo 2017

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Dopo mesi e mesi in cui si è gridato “al lupo!” immaginando un pericolo deflazione, l’economia europea torna ora a fare i conti con l’inflazione. Secondo Eurostat l’indice generale dei prezzi, nell’eurozona a 19, segna un aumento del 2% e probabilmente, se si considera il carattere politicamente assai condizionato di queste valutazioni, i dati reali sono penino peggiori.

Tutto ciò era prevedibile e previsto: è infatti la politica dei tassi d’interesse nulli che sta producendo questo risultato, anche in virtù del fatto che i prezzi a buon mercato dei beni provenienti dall’Asia e da altre aree in via di sviluppo non bastano più a compensare le distorsioni di tipo monetario.

Le conseguenze di questo ritorno a prezzi in fuga verso l’alto saranno numerose e tutt’altro che positive. Lo sanno bene quanti si sono indebitati con mutui a tasso variabile, ma a ben guardare dobbiamo essere preoccupati un po’ tutti.

In fondo, chi ha passato la cinquantina ricorda bene gli anni Settanta e ha presente quell’Italia in cui l’inflazione ufficiale superò anche il 20% annuo. Se dovessimo riprecipitare entro quello scenario il prezzo che pagheremmo sarebbe altissimo.

Innanzi tutto, quando la moneta diventa un’unità di misura che perde valore nel tempo è chiaro come i comportamenti di tutti i soggetti (investitori, imprese, consumatori ecc.) siano distorti. In altre parole, ognuno è indotto a fare quello che diversamente non farebbe.

Anche quanti per ragioni culturali e morali sarebbero maggiormente orientati ad accantonare e a essere previdenti, tendono a consumare quasi subito l’intero reddito: e questo perché accumulare risorse in tempi di prezzi crescenti significa perdere ricchezza.

La società inizia a rinunciare a ogni prospettiva di medio-lungo termine, focalizzandosi sull’immediato. Il consumo ha la meglio sul risparmio e questo, nel tempo, finisce anche per indebolire i legami familiari. In una società ad alta inflazione, la moneta “funziona” assai meno bene e, in particolare, diventa difficile la tenuta degli accordi contrattuali.

Sul mercato del lavoro, ad esempio, prezzi dei beni di consumo sempre più alti legittimano rivendicazioni sindacali crescenti e non è certo un caso che gli anni Settanta siano stati segnati, al tempo stesso, da alta inflazione e tesi conflitti sindacali.

Pure il mercato degli affitti è destinato a risentirne. In tale contesto, infatti, o si accetta quel tipo di flessibilità che permette periodici aggiornamenti dei canoni (ma questo non è politicamente facile in società come le nostre), oppure si spinge molti proprietari a sottrarre il loro bene dal mercato: creando una scarsità artificiale che porta a rendere ancor più costosi gli immobili in locazione.

La manipolazione dei tassi d’interesse che sta generando inflazione è il risultato di scelte di politica monetaria che tolgono ricchezza ai creditori e la consegnano ai debitori.

Per molti studiosi (si pensi a Wilhelm Roepke) si tratta di qualcosa di profondamente immorale. E in questo caso come in molti altri, questa metodica violazione di principi etici fondamentali produce conseguenze disastrose anche sul piano economico e sociale.

Da La Provincia, 3 marzo 2017

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