Il ministro Nordio ha detto una cosa sbagliata anche se con buone intenzioni. Nel rispondere a una interrogazione alla Camera sull’abrogazione dell’abuso di ufficio, ha ripreso un’espressione del suo ultimo libro che equipara le modeste mazzette alla modesta quantità di droga.
Messa così, però, sembra che l’abuso di ufficio meriti di essere stato abrogato dal nostro ordinamento non per le difficoltà applicative di un reato generico, ma per l’ipotesi in cui il vantaggio patrimoniale illecito sia tutto sommato irrilevante.
Voler eliminare questo reato in un sistema penale che conta già una nutrita serie di illeciti nell’esercizio delle funzioni pubbliche è una scelta comprensibile. È un reato di una genericità tale che le sentenze di condanna rispetto alle indagini sono statisticamente irrilevanti (qualche unità su qualche migliaia). Vuol dire che nella stragrande maggioranza dei casi le indagini non dovevano partire. L’indeterminatezza è un problema di legittimità: gli illeciti penali devono essere chiari e precisi per consentire alle persone di capire quando li stanno commettendo. È un problema di efficacia: troppo spesso le indagini sull’abuso si sostanziano in un nulla di fatto, ma sempre comportano un problema di amministrazione difensiva, con dirigenti pubblici che, colti dalla inevitabile paura della firma, compromettono, per troppa insicurezza, il buon andamento dell’amministrazione.
Anche la compatibilità con la nuova direttiva europea anticorruzione può essere affrontata nei dettagli tecnici, perché questa non impone il reato di abuso di ufficio, ma – come tutte le direttive – impone al governo di raggiungere un risultato, che è punire, con i reati e gli strumenti che sceglierà, violazioni gravi della legge da parte di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni.
Fattispecie così generiche possono avverare il rischio di essere applicate per i nemici e interpretate per gli amici, paralizzare la pubblica amministrazione, creare quel contesto di incertezza che viene continuamente additato come uno dei problemi strutturali della nostra poco attrattiva economia.
Ben venga, per queste ragioni, l’abrogazione dell’abuso di ufficio, al pari di un’altra modifica voluta dal ministro per rendere più definito il reato di traffico di influenze illecite. Diverso però è sostenere, specie da ministro, che l’abuso di ufficio vada eliminato perché per perseguirlo partono indagini e intercettazioni anche solo se il pubblico ministero ravvisa l’ipotesi di una modestissima mazzetta.
Il nostro sistema penale riconosce, come dice Nordio, il concetto di lievità e tenuità, persino come causa di esclusione della punibilità. Ma detenere una modesta quantità di droga non ha lo stesso disvalore sociale del chiedere una modesta bustarella. Il soggetto privato che viene trovato in possesso di una modestissima quantità di droga fa un danno a sé e a chi la cede, se destinata ad altri. Ma il danno che fa il pubblico ufficiale che chiede una modestissima quantità di denaro per un favore va oltre le parti coinvolte e il valore del prezzo illecito. Perché con esso si rompe la precaria promessa di imparzialità e correttezza tramite la quale i cittadini si affidano al buon funzionamento delle istituzioni, in cambio di esserne sottoposti e doverne accettare le decisioni. Accettare il rigetto al Comune di una pratica di nostro interesse sottende uno scambio implicito tra fiducia e lealtà. Certo, una tangente da un milione di euro non è la stessa cosa che una mazzetta da mille. Ma sia l’una che l’altra sono la manifestazione di un’arroganza illecita che tradisce quel fragilissimo senso di servizio alle istituzioni che è già complicato, per mille motivi, percepire.
L’abrogazione dell’abuso di ufficio non si deve al valore economico dello scambio illecito e magari non è questo il messaggio che Nordio voleva dare. Ma quelle parole, da ministro, pesano. L’Italia è un paese incline al clientelismo, dove non è scontato che il perimetro delle condotte penalmente rilevanti si sovrapponga a quello delle condotte socialmente condannate. Sia mai che le parole del ministro della giustizia possano alimentare questa differenza.