Il tetto al gas? Attenzione, schiaccia gli investimenti

La quotazione è un indicatore sintetico che segnala le condizioni a cui si può concludere una transazione

11 Luglio 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Imbrigliando il sistema dei prezzi, il sollievo per i consumatori sarà breve. A lungo andare si chiederà più materia prima, con danni per il mercato…

Di vertice internazionale in vertice internazionale, il governo italiano è da mesi impegnato a favore di un price cap sul gas russo. I termini della questione sono noti. All’attacco russo all’Ucraina, i Paesi occidentali hanno scelto di rispondere con una sorta di guerra finanziaria: dalle sanzioni al blocco delle esportazioni di oro.

I Paesi europei sono grandi importatori di una particolare materia prima, il gas, che è necessaria affinché gli ingranaggi della nostra economia continuino a essere alimentati con l’energia di cui hanno bisogno. La Russia, Paese senz’altro economicamente più debole e meno sviluppato di quelli dell’Unione europea, è però ricca di questa risorsa e nel tempo ne è diventata un esportatore, legandosi fortemente all’Europa. Mentre il petrolio si sposta su nave, rendendo relativamente più facile cambiare fornitore, il gas viaggia in gran parte su tubi, che inevitabilmente congiungono i Paesi attraverso i quali passano.

La preoccupazione del governo italiano è duplice: da una parte, non perdere del tutto l’accesso al gas russo, che nel breve termine non può essere sostituito da un’altra fonte energetica. Dall’altra, non pagarlo troppo: non solo perché chi acquista preferisce risparmiare, ma soprattutto perché un prezzo alto significa più quattrini che vanno in tasca ai russi. Il price cap parrebbe la quadratura del cerchio: si stabilisce un prezzo massimo, oltre il quale la dinamica dei prezzi per così dire si ferma, evitando che le nostre controparti, che sono pure un avversario strategico, ci guadagnino troppo. La soluzione appare talmente elegante che quasi non si comprende perché non ci abbiamo pensato prima.

Perché limitarci a un tetto del prezzo del gas, e non fare grosso modo lo stesso in tutti quegli ambiti nei quali dipendiamo da uno o pochi venditori? La risposta risiede nella natura dei prezzi. Un prezzo non è solo l’ammontare di denaro col quale si perfeziona una transazione. E’ soprattutto un indicatore sintetico. Il prezzo al quale uno scambio si compie segnala la disponibilità a pagare di chi compra, il prezzo di riserva di chi vende, ci dice quali sono le condizioni alle quali quella risorsa può essere prodotta e quali quelle a cui l’acquirente pensa di poterne profittevolmente fare uso. Ciò che i prezzi più elevati fanno, di solito, è segnalare che esiste un forte bisogno diffuso di quel particolare bene o servizio. Ciò attrae nuovi produttori, disponibili a offrire quel bene o servizio o un suo possibile surrogato.

Nel caso della proposta italiana di price cap sorge un dubbio: si applicherebbe solo alla Russia? Oppure a tutti gli hub finanziari (dove avvengono gli scambi di gas), cioè anche ai fornitori non russi? Nel primo caso scateneremmo una sorta di gioco del pollo contro Putin: vince chi ha meno paura dell’altro. Nel secondo caso ci faremmo del male da soli: quanto più vogliamo ridurre la nostra dipendenza da Mosca, tanto più abbiamo bisogno degli altri fornitori. Un tetto ai prezzi non è un grande incentivo a investire. La questione di fondo è questa.

I sostenitori del price cap tendono a pensare che l’offerta sia indipendente dai prezzi. Si dice: i costi di produzione del gas sono molto inferiori agli attuali prezzi, tant’è che fino a poco tempo fa potevamo acquistarlo pagando molto meno. Sono però cambiate due cose: intanto la nostra domanda, che è cresciuta rispetto al periodo pandemico mentre gli investimenti nella ricerca di nuove risorse non sono andati di pari passo (anche perché l’Occidente ha fatto di tutto per impedirli o disincentivarli). E, poi, abbiamo deciso di sganciarci dalla Russia il prima possibile, ritenendola un fornitore non più affidabile e volendola sanzionare per l’invasione dell’Ucraina. Ma in tal modo è come se avessimo deciso di restringere drammaticamente la disponibilità di gas. Questo non può non avere conseguenze.

Un’altra ipotesi è che si fissi un prezzo massimo al gas acquisito dai clienti finali. Si capisce che l’idea piaccia ai consumatori. Il guaio è che sarebbe una misura che non si limita a colpire solo il venditore russo. L’impatto sarebbe su tutta la filiera, col rischio di far fallire gli intermediari. Il che però non basta per risolvere la questione più spinosa. Per avere più fonti, e più diversificate, dobbiamo remunerare ingenti investimenti. Calmierare i prezzi dà il segnale opposto al mercato: sia perché il livello dei prezzi viene tenuto più basso, sia perché gli operatori sono più incerti rispetto al futuro, dal momento che sanno che i governi faranno dei prezzi di mercato ciò che conviene loro.

C’è di più: tutti gli interventi finalizzati a tenere il prezzo del gas e delle altre fonti energetiche artificialmente basso finiscono per incentivarne il consumo. L’unico cap veramente efficace, oggi, è quello dato proprio dal sistema dei prezzi, il quale induce i consumatori a ridurre la domanda. Se noi trucchiamo il sistema dei prezzi, rischiamo paradossalmente di sortire l’effetto opposto a quello desiderato: deprimiamo gli investimenti e continuiamo a richiedere più gas di quello che riusciamo a ottenere. Forse questo darebbe un sollievo ai consumatori nell’immediato, ma renderebbe la crisi ancora più grave e prolungata. Con l’obiettivo di fare uno sgarbo alla Russia, rischiamo di farlo soprattutto a noi stessi.

da L’Economia del Corriere della Sera, 11 luglio 2022

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