La tentazione del metodo lockdown

Il saggio «Stato essenziale società vitale» analizza il rischio che la politica continui con scelte drastiche calate dall'alto

13 Dicembre 2022

La Verità

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Teoria e scienze sociali

Pubblichiamo un estratto delle conclusioni del saggio Stato essenziale società vitale. Appunti sussidiari per l’Italia che verrà (Studium, 112 pagine, 12,35 euro) di Alberto Mingardi e Maurizio Sacconi.

Non è nostra intenzione banalizzare le difficoltà nelle quali i governanti si sono trovati, in tutto il mondo, all’inizio della pandemia. Ma c’è, crediamo, un «metodo lockdown» che temiamo possa essere in futuro una tentazione ancora più forte che in passato per quanti hanno la responsabilità di governare. In un Paese autoritario come la Cina […] viene riproposto ancora, nonostante le evidenti ricadute negative sull’economia e sulla società, perché consolida il potere centrale. 

Il metodo funziona, grosso modo, così. L’emergenza per definizione richiede un intervento pronto, immediato: non si può perdere tempo, non si può attendere che le cose facciano il loro corso. Questo però significa necessariamente rinunciare a quelle energie e a quelle informazioni che, innanzi a un problema, si attivano «dal basso». […] È stata una politica debole, ormai abituata a non decidere più nulla, che ha preso con facilità, più volte, la decisione più drastica nella storia d’Italia del dopoguerra: ha chiuso in casa milioni di persone. […] Schiacciare sull’acceleratore dell’emergenza, in qualche modo, assolveva da qualsiasi preoccupazione di dettaglio. Così come faceva l’esternalizzazione della decisione. 

Si è deciso, senza nemmeno discutere questo assunto, che la «competenza» di un nucleo ristretto di esperti, depositari di conoscenze specialistiche senz’altro importantissime ma senz’ altro parziali, dovesse essere l’unica guida di una decisione pubblica. […] E, questa, un’esperienza da tenere ora presente perché non sia ripetuta. […] Decisioni così gravi non possono essere calate dall’alto, in nome di un preteso expertise. Dovremmo invece accettare, come facciamo nel mercato e nella scienza, che dal basso, dai tentativi ed errori, dalla vitalità della società possano venire risposte anche nelle emergenze. E la peculiarità storica delle nostre società aperte, quella che ne ha decretato il successo: la capacità di mobilitare iniziative e conoscenze dal basso. Se per costruire benessere e progresso bastasse un grande comandante in capo, ce l’avremmo fatta già nell’Egitto dei faraoni. Ma per costruire benessere e progresso non basta un grande leader: serve quella innovazione, economica e sociale, che non arriva su ordinazione ma è il portato di una straordinaria e continua serie di esperimenti, che avvengono ogni giorno negli ambiti più diversi. 

È, anche, una visione della politica nella quale è la base che regge il vertice della piramide. […] Il principio, di per sé, è semplice: lasciare che le comunità si autorganizzino per soddisfare le esigenze loro e del contesto che le circonda, lasciare che le decisioni pubbliche vengano prese il più vicino possibile alle persone. […] Lo schema opposto è talmente radicato e potente nell’opinione pubblica, fra le classi colte di tutt’Europa, fra quelli che scrivono e leggono i giornali, che non lo si discute nemmeno. E non è inimmaginabile […] che di fatto in Europa si faccia qualcosa di simile per reagire all’emergenza energetica. E non è inimmaginabile che in futuro qualcosa del genere accada per quel che riguarda il clima. 

Ecco, al di là del giudizio sui decisori in una situazione imprevista the li ha trovati impreparati, ora ci interessa suscitare una riflessione sulle prossime sfide. Questo processo indebolisce la società. La rappresenta come passiva. E non importa se poi è da lì, è dal privato, è dai tentativi ed errori delle imprese, delle associazioni, dei singoli medici, che vengono le soluzioni. […] Conta l’uniformità, la decisione buona per tutti, lo Stato, la regola burocratica eccessiva, la tecnocrazia di esperti che «sa» e tutti gli altri, per definizione ignoranti, debbono obbedire. Una nuova fase nella storia della Repubblica può davvero cominciare solo se si ribalta, drasticamente, questo metodo. Sappiamo che qualcuno risponderà, alzando il sopracciglio: «Vaste programme…». Ci rendiamo ben conto di non stare suggerendo nulla né di facile né di immediatamente realizzabile. Ma la lezione della cosiddetta «Seconda Repubblica» dovrebbe essere un amaro monito per noi tutti: a fermarsi in mezzo al guado, si finisce per sprofondare nel fango. 

da La Verità, 13 dicembre 2022

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