IBL
Sviluppo urbano e consumo di suolo
In Italia, norme locali e nazionali non rendono proprio facile ristrutturare - e per giunta ristrutturare con fini ambiziosi
La Camera ha approvato in prima lettura la nuova legge sul “consumo di suolo”. Si tratta di una norma pensata a partire da tutta una serie di progetti di iniziativa parlamentare, “unificati” in un singolo testo. Proprio questa genesi, ci conferma che tocca le corde giuste.

In questi giorni di campagna elettorale, i candidati sindaci promettono un futuro “a consumo di suolo zero” per le loro città. E’ una parola d’ordine che ormai è in circolo, proprio perché ci siamo abituati a parlare di “consumo” e non di “uso” di suolo: come se la terra per l’appunto si consumasse, come se fosse vincolata fino alla fine dei tempi ad un certo uso. Non è così, e ce lo dimostra proprio la storia delle nostre città, dove l’uso dei suoli è cambiato, col tempo, proprio perché sono cambiate le priorità, le preferenze, le aspettative di chi in quelle città ci vive.

La nuova norma è già stata criticata perché troppo blanda, ma l’idea che vi è sottesa è chiara: l’utilizzo di aree precedentemente inedificate deve essere l’extrema ratio, viceversa occorre privilegiare il “riuso e la rigenerazione urbana”. Ci limiteremo a notare en passant che fa sorridere che una legge di questo tipo venga varata da un governo che si riempie la bocca di ritorno alla crescita un giorno sì e l’altro pure. E’ improbabile che la “crescita” si faccia senza più consumo di suolo: senza luoghi che si facciano occupare da nuove iniziative e nuove attività. Altrimenti, che crescita è?

Ma stiamo al principio che ispira la norma. In sé, parrebbe anche di buon senso, e soprattutto ben accordato rispetto a quello che la popolazione urbana, oggi, si aspetta. Il primo desiderio di chi vive in città, oggi, è più verde: e il verde sicuramente significa maggiore vivibilità, spazi accessibili ai bambini, un aiuto per chi possiede animali domestici, insomma è un importante strumento di socializzazione.

Però, delle due l’una: o il calmiere al “consumo di suolo” significa che ci teniamo per sempre le nostre città esattamente come sono ora, inclusi gli spazi meno salubri e gli edifici meno efficienti sotto il profilo dei consumi energetici, oppure bisogna poter mettere mano agli edifici che ci sono già, e agevolarne un ulteriore sviluppo “verticale”. Questo significa non aumentare il consumo di suolo, ma guadagnare comunque abitazioni e uffici, a vantaggio delle persone e delle loro attività.

In Italia, norme locali e nazionali non rendono proprio facile ristrutturare - e per giunta ristrutturare con fini ambiziosi. Lo sviluppo verticale degli edifici esistenti è un’evenienza rara. Gli stessi che vogliono ridurre il consumo di suolo, sono poi pronti a mettere mano a robuste semplificazioni che consentono ai proprietari d’immobili di immaginare un futuro senza ulteriore consumo di suolo, ma senza nemmeno essere condannati alla crescita zero?

Non ci sogniamo neppure di ricordare che andare oltre gli slogan è quello che ci si aspetterebbe dal Parlamento. Speriamo possano farlo, almeno, i nuovi sindaci di Milano e Torino, di Roma e Napoli, dopo le amministrative di giugno.