Se la statistica conta i bonus tra ricchi e poveri finisce 4-1

E le disuguaglianze sarebbero in calo del 3%. Invece il Census Bureau Usa non considera i sussidi e la partita finisce 16,7-1

23 Gennaio 2023

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

È ormai un luogo comune che le diseguaglianze nei Paesi ricchi si siano ampliate, negli ultimi quarant’anni. Gli osservatori più onesti concederanno che questo fenomeno si è accompagnato a una straordinaria riduzione di quanti, nel mondo, vivono al di sotto della soglia della povertà. Non tutti i Paesi occidentali sono uguali, e il quadro ha contorni decisamente più sfumati: pensiamo alla situazione italiana, nella quale, prima del Covid, le diseguaglianze erano rimaste sostanzialmente ferme per anni. Gli Stati Uniti, invece, hanno visto divaricarsi la distribuzione del reddito. Nel Paese leader del mondo libero, dopo l’ascesa di Ronald Reagan, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

L’ex senatore del Texas Phil Gramm (economista di formazione), assieme all’economista Bob Ekelund e allo statistico John Early, ha appena pubblicato un libro che suggerisce che le cose non stanno esattamente così. La scoperta centrale di The Myth of American Inequality (Rowman and Littlefield, 2022) è scioccante: le statistiche ufficiali del Census Bureau statunitense non considerano le tasse, che riducono il reddito dei ricchi, e i trasferimenti, che aumentano quello dei poveri. Entrambe le cose sono di un certo rilievo, per stabilire quanti americani rientrano nella definizione di povertà del Census Bureau stesso. Secondo il Census Bureau, il quintile inferiore della popolazione consuma più del doppio del reddito che le medesime statistiche gli riconoscono: 26 mila dollari contro 13.258. Il campanello d’allarme, sostengono Gramm, Ekelund e Early, avrebbe dovuto suonare nel 2020, quando il rapporto annuale del Census Bureau riportava come il reddito mediano delle famiglie fosse sceso del 2,9% e 3,3 milioni di americani in più fossero caduti in povertà. Ma nel 2020, per contrastare gli effetti della pandemia, la spesa pubblica è cresciuta del 50% e il governo federale ha distribuito sussidi a pioggia.

Il punto è che, spiegano Gramm, Ekelund ed Early, parte di questi ultimi non viene considerata nelle statistiche ufficiali: «Le statistiche da cui dipendono i tassi ufficiali di povertà non contano i crediti d’imposta rimborsabili come reddito per i beneficiari». Similmente, il Census Bureau non conteggia «i food stamp, Medicaid, il Programma di assicurazione sanitaria per i figli a carico, i sussidi per l’affitto, i sussidi per l’energia e i sussidi per l’assicurazione sanitaria previsti dall’Affordable Care Act». In totale, sono un centinaio i trasferimenti di vario tipo che scompaiono dai rapporti del Census Bureau.

Gli americani pagano circa 4.400 miliardi in imposte tutti gli anni, l’82% delle quali sono pagate dal 40% di contribuenti nelle fasce di reddito più alte. Non solo il Census Bureau non considera i trasferimenti per i più poveri, ma non considera nemmeno la riduzione di reddito che è l’inevitabile esito delle tasse pagate. L’esito è la visione della società americana che tutti conosciamo: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. È probabilmente un’immagine falsata, anche al netto delle imposte: Gramm, Ekelund ed Early offrono un esempio illuminante.

Il telefono cellulare entra nel Consumer Price Index soltanto nel 1998. Da allora ad oggi i telefonini hanno visto un impressionante miglioramento tecnologico, le possibilità che offre un apparecchio contemporaneo non sono neppure vagamente paragonabili a quelle di allora: ma tutto questo nelle statistiche non entra. Non entra neppure la riduzione del 75% circa del prezzo di un cellulare che si osserva dall’entrata in commercio, all’inizio degli anni Ottanta, appunto al 1998. I progressi tecnologici hanno fatto sì che le automobili più economiche offrano sicurezza e comfort inimmaginabili quarant’anni fa anche nelle vetture di lusso, e che dire di televisori e computer?

Tutto ciò, nelle statistiche nazionali, non entra. Dovrebbero entrarci però tasse e trasferimenti: le prime riducono il reddito di alcuni, i secondi aumentano il reddito di altri . Se si correggono includendovi tutte le imposte e i trasferimenti, reddito effettivamente a disposizione del primo 20% dei contribuenti e l’ultimo 20% passa da 16,7 a 1 (quello del Census Bureau) a un più modesto 4 a uno. Cioè il reddito effettivamente a disposizione dei contribuenti più ricchi è quattro volte, non diciassette, quello dei contribuenti più poveri.

Soprattutto, le statistiche aggiornate da Gramm, Ekelund ed Early suggeriscono che la diseguaglianza di reddito è diminuita del 3% negli Stati Uniti dal 1947, anziché essere aumentata del 22,9% come suggeriscono le misure del Census Bureau. Il libro di Gramm, Ekelund ed Early è ben documentato e freddamente razionale, ma è inutile illudersi sul suo impatto.

Gli europei tendono a non vedere quanto, dalla «Big Society» di Johnson in avanti, gli Usa siano a pieno titolo uno Stato sociale: quindi l’idea di divari in crescita conferma i nostri pre-giudizi. Che sono anche quelli di tanti americani, a destra convinti di essere «diversi» dal resto del mondo e a sinistra disperati per lo stesso motivo. Ma tasse, trasferimenti e spesa pubblica negli Stati Uniti sono inferiori rispetto agli standard di Francia e Italia, e tuttavia non così tanto rispetto ad altri Stati europei. Perché non abbiano effetto sulla distribuzione del reddito, bisognerebbe che quei quattrini fossero spesi molto peggio che da noi. Un’ipotesi alla quale neppure il più socialista degli europei, in coscienza, potrebbe dar credito.

da L’Economia del Corriere della Sera, 23 gennaio 2023

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