Nei libri di scuola e perfino nei manuali universitari, nonché, purtroppo, nell’immaginario collettivo, e nella cultura popolare, la Rivoluzione americana del 1776 e quella francese del 1789 sono state (e sono tuttora) troppo spesso viste come legate da molteplici fili: la seconda intesa come continuazione necessaria della prima, e addirittura suo perfezionamento; come se i venti di libertà spirassero ormai solo nel mondo nuovo e da lì ritornassero, potentemente, a risvegliare quello vecchio, ai tempi, se non moribondo, certamente sonnolento.
In questo 2026 si sono celebrati, come ben noto, e non senza polemiche, i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza, uno dei documenti più importanti nella storia dell’umanità, che è insieme petizione di diritti e dichiarazione di guerra. La guerra vi fu, gli Stati Uniti la vinsero, e si diedero una Costituzione, nel 1788, che è ancora quella vigente. Il 4 di luglio è ricorrenza nota, ed omaggiata, in tutto il mondo. Certo, magari, con meno enfasi in Iran, o in consimili luoghi dove ancora dominano orrende dittature, teocrazie letali e fuori dai tempi. Gli Stati Uniti sono, tra l’altro, la nazione di gran lunga più ricca del mondo – il suo PIL, occorre ricordare, è ormai superiore a quello di tutta l’Unione Europea, e la Cina sta ancora ben dietro al colosso a stelle e strisce, nonostante previsioni di improbabile sorpasso “nel 2020” – e sono, pur con tanti limiti, una democrazia. La più antica democrazia del mondo.
E in questo 2026 è anche, purtroppo, mancato, dopo una lunghissima, brillante carriera, uno dei maggiori storici dell’esperienza rivoluzionaria americana, Gordon S. Wood, classe 1933, vincitore del Premio Pulitzer, autore di libri fondamentali come “The Creation of the American Republic”, del 1969 (il suo primo libro), e numerosi altri (l’ultimo “Power and Liberty”, del 2021, sul costituzionalismo nella Rivoluzione americana) che Luigi Marco Bassani, curatore del libro di cui parliamo qui, cita nella sua acuta e chiara introduzione. E che personalmente ricordo con grande affetto e stima immensa perché spesso potei conversare con lui quando mi trovavo a Brown University, dove questo figlio purissimo del New England, nato a Concord in Massachussetts, e morto proprio in Rhode Island, insegnò a lungo, collaborando con figure stellari di storici quali Anthony Molho e soprattutto Bernard Baylin, di Harvard (il libro scritto dai due in collaborazione è anche l’unico di Wood disponibile in italiano: “Le origini degli Stati Uniti”, pubblicato da Il Mulino nel 1987; mentre con Molho curò un interessantissimo volume, sul modo in cui gli storici americani trattano la storia soprattutto europea, “Imagined Histories: American Historians Interpret the Past”, uscito nel 1998 presso la Princeton University Press e oggetto di ampie discussioni).
Il libro di cui parlo qui ed ora è “L’origine e i principi della Rivoluzione americana paragonati all’origine e i principi della Rivoluzione francese”, l’editore l’Istituto Bruno Leoni, il curatore Luigi Marco Bassani (pp. 124, € 16). Un titolo lungo per uno scritto invece breve e incisivo. Il traduttore – dall’originale tedesco – è Marco Menon, l’autore: il politico, intellettuale, alto funzionario, scrittore, diarista, diplomatico a Vienna, e collaboratore di Metternich Friedrich von Gentz (1764-1832), un figlio della grande stagione tardo-illuministica tedesca, allievo diretto di Kant, pensatore politico della solidità e consistenza di un W. Von Humboldt, del primo assai più noto (da noi), nato e morto tra l’altro esattamente tre anni dopo Gentz. Uscito in tedesco in rivista nel 1800, il breve testo ebbe l’onore di una traduzione in inglese immediata da parte del futuro presidente degli USA John Quincy Adams.
Un battesimo in pompa magna. Per uno scritto che lo merita. Mostra bene le differenze tra le due “rivoluzioni” – anche se per quella americana sarebbe più corretto parlare di “guerra d’indipendenza” – e indica bene come la prima, quella americana, sia una “rivoluzione” per restaurare un situazione di violazione di diritti sanciti da parte di una Gran Bretagna sempre più avida, ed immemore delle concessioni fatte alle colonie; mentre la seconda è rivoluzione radicale, fondata su (ideali, normativi) diritti naturali, ovvero in ultimi principi astratti, trasformati, sciaguratamente, in elementi costituenti. Con tutti gli abomini che deriveranno dalla loro applicazione in un contesto politico non astratto, ma fatto di relazioni – e situazioni giuridiche – consolidate in secoli.
L’ondata di violenza che trasformerà la Rivoluzione francese in una guerra civile (qui Gentz fa propria la lezione di Burke, di cui era stato traduttore), con lo sterminio di nobili, vandeani, federalisti e oppositori del regime, in ogni contrada di Francia e anche nelle colonie, il fatto che la Costituzione francese rivoluzionaria dell’anno I (1793), non venne mai applicata, mentre quella americana, entrata in vigore nel 1788, è tuttora vigente, sono elementi fondamentali nel confronto. Fanno ben comprendere come le due rivoluzioni, se non altro, abbiano dato vita, già nell’immediato, ad ordinamenti di qualità e solidità ben diverse.
Temibili le rivoluzioni, o in generale i cambiamenti politici, che si basano su ideali astratti, ritenuti universali, su principi fondati sul diritto naturale, o su quello divino, o creati a tavolino da menti turbate per ideologie e gruppi politici in principio totalitari, che lo ammettano o meno all’inizio, che ne siano o meno consapevoli. Per quanto “libertà, proprietà e diritto al perseguimento della felicità”, l’incipit della Dichiarazione di Jefferson, abbiano molto dell’astrazione, non sono la vera fondazione della Repubblica americana, che si basa invece sia sul ripristino del “common law”, sia sulla creazione di un diritto nuovo, federale, più moderno e meno compromesso (storici come Reid misero ben in evidenza il distacco tra la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione, due documenti a ben vedere affatto diversi, per scopo, struttura, gestazione, stesura).
E in questo Gentz aveva parzialmente torto, come mostra bene Bassani: nel processo “de iure condendo” che interessa gli USA agli albori, vi sono elementi di novità, relativi alla creazione di nuove fonti di diritto, che vogliono significare che anche nel diritto, come in ogni altra sfera della realtà, la Federazione novella voleva mettere qualcosa di nuovo. La ricerca, a volte anche spasmodica e irrazionale, di un “quid novi” perseguita talora ossessivamente fin dall’inizio della repubblica d’oltre Oceano è ancora una caratteristica degli Stati Uniti, lo si coglie bene se si vive a lungo laggiù.
Il testo di Gentz venne tradotto da Adams anche perché nel 1800 vi era un (lieve) rischio di derive giacobine negli USA neonati e ancora fragili, l’eco della Rivoluzione francese era ben vivo in tutto in mondo e nelle Americhe si preparavano le rivoluzioni del centro e sud America. La rivoluzione haitiana, la prima sul modello francese, era in corso (dal 1791) e si sarebbe conclusa solo nel 1804. Mettere i punti sulle i, far capire agli americani che la loro rivoluzione era ben diversa da quella francese, anche se apparentemente i principi di “libertà e uguaglianza” erano comuni (salvo che per i rivoluzionari francesi gli uomini erano “nati” uguali, per quelli americani “erano stati creati da Dio” tali, differenza non peregrina), mentre per fortuna negli USA mancava quello più ambiguo di tutti, la “fraternité” (fomite di ogni associazionismo complottistico, i partiti politici per primi), far comprendere le differenze radicali tra i due eventi/processi, dunque, era operazione importante se non vitale. E Adams si servì di un campione dell’intelligenza europea, di un illuminista figlio di Kant, Mendelssohn, Lessing e Nicolai, acuto lettore della storia europea, uomo di Stato, per dare legittimità, e una patente di nobiltà che proveniva dal vecchio mondo (Gentz era poi a tutti gli effetti un appartenente alla nobiltà), per sostenere in patria idee che erano anche le proprie.
Ottima cosa quindi quest’edizione italiana, accuratamente prefata ed annotata, che consentirà anche, crediamo, di proseguire gli studi su Gentz, che era all’inizio un ammiratore della Rivoluzione francese, che in francese scrisse a lungo, che tradusse Burke e si convertì al conservatorismo sulla via di Damasco, tanto da attirare, in Germania, l’attenzione di figure come Golo Mann. E di trovare in un giovane storico delle dottrine politiche di origine ebraico-tunisina, Raphaël Cahen, classe 1982, il suo interprete maggiore, almeno tra gli studiosi contemporanei, nel libro di esordio dello studioso, Friedrich Gentz (1764–1832): “Penseur post-Lumières et acteur du nouvel ordre européen” (De Gruyter 2017).
In ultimo, alcune indicazioni che possono risultare utili per studi futuri. Innanzi tutto, dopo varie edizioni precedenti, gli scritti di Gentz sono ora disponibili in un’accurata opera omnia, a cura di Gunther Kronenbitter (Olms, 1997-2004, dodici volumi, l’ultimo vastissimo in cinque tomi, riproduzione dell’edizione viennese del 1920, comprende gli illuminanti diari personali dal 1800 al 1831).
Poi, anche in Italia vi è stato un discreto interesse per Gentz, anche perché autore di uno dei diversi progetti di pace perpetua dell’epoca – come il suo maestro Kant – e di una riflessione sullo scritto di Kant sui rapporti tra teoria e prassi. Proprio questi due saggi sono stati tradotti e commentati molto di recente, nel libro “Il pubblicista e il filosofo: due saggi tra diritto, politica e morale” di Giulio De Rosa (Rubbettino, 2025).
Chi sia interessato poi ai progetti tedeschi sul tema della pace perpetua, anch’essi si trovano tradotti integralmente di recente in italiano (“Progetti di pace: il dibattito sulla pace perpetua in Germania 1795-1800”, a cura di Giovanni Gerardi, premessa di Renato Pettoello, Scholé, Brescia 2024). Per lo spirito dei tempi nostri, e il nostro gusto personale, il più acuto è forse quello meno noto, di Joseph Görres, figura da riscoprire in toto, anche per le sue idee sull’arte (ma soprattutto per quelle sulla degenerazione della Rivoluzione francese, e per il progetto di creazione di una repubblica indipendente nelle Province renane dopo Campoformio, trattato del 1797 che aveva messo fino all’indipendenza di Venezia ma avrebbe potuto consentire quella di tali Province, cosa che non avvenne, però). Mentre, a titolo di curiosità, concludiamo osservando che nell’Ottocento italiano Gentz ebbe successo per una sola opera, la sua vita di Maria Stuart, che ebbe almeno tre edizioni.
Un bel libro, questo, curato assai bene da Bassani, tradotto con attenzione, ed importante sotto tantissimi rispetti, alcuni da noi qui sopra appena accennati.