La statalizzazione della responsabilità di impresa

L’idea di fondo è che le imprese debbano essere forzate a perseguire obiettivi che vanno ben oltre la loro responsabilità stretta


19 Marzo 2024

Isitituo Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Si è conclusa ieri la consultazione pubblica organizzata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in merito allo schema di recepimento della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), relativa agli obblighi di redazione dei bilanci di sostenibilità da parte delle aziende. La direttiva impone alle imprese di rilevare e divulgare informazioni relative alle loro attività e ai relativi impatti sulle persone e l’ambiente, in modo da canalizzare i capitali verso gli investimenti “sostenibili”. Sembra tutto ragionevole e utile a una maggiore trasparenza, ma dietro questa logica si nascondono rischi enormi.

Il primo rischio riguarda le modalità e i criteri adottati per il monitoraggio e la rendicontazione degli impatti delle attività delle imprese. Il concetto alla base di questa rivoluzione è quello di doppia materialità, che la direttiva stessa definisce come “doppia rilevanza, nella quale il rischio che l’impresa affronta e l’impatto da essa prodotto rappresentano ciascuno una prospettiva di rilevanza. La verifica dell’adeguatezza dell’informativa societaria indica che spesso tali due prospettive non sono comprese o applicate correttamente. È pertanto necessario chiarire che le imprese dovrebbero considerare ciascuna prospettiva di rilevanza singolarmente e comunicare sia informazioni che sono rilevanti da entrambe le prospettive sia informazioni che sono rilevanti da una sola prospettiva”. È evidente che dietro questa presunzione si nascondono scelte di natura inevitabilmente politica, perché riconducono alla responsabilità dell’impresa (e dunque rendono criterio preferenziale per l’allocazione dei capitali) effetti che non solo essa può controllare soltanto indirettamente, ma che in alcuni casi richiedono l’adozione di assunzioni e metodologie che ne condizionano gli esiti. Per fare un esempio banale: è preferibile un investimento che azzeri l’impatto ambientale di una piccola parte delle attività dell’impresa oppure un altro che riduca gli impatti ambientali, senza azzerarli, su un perimetro più vasto?

Vi è poi un secondo rischio, i cui effetti abbiamo già osservato nel corso della crisi energetica del 2022. Nella nostra fetta di mondo possiamo anche imporre gli standard più restrittivi, ma non necessariamente il resto del mondo farà lo stesso. Così, per effetto della regolamentazione e delle pressioni degli investitori, in Occidente, e in particolare tra le imprese quotate in borsa, si è registrato un drastico calo degli investimenti nel settore delle fonti fossili. Ma poiché la minore offerta non si traduce necessariamente in minore domanda, il risultato che abbiamo ottenuto è stato quello di causare un disallineamento che ha fatto esplodere i prezzi e che ha comportato uno spostamento dalle imprese occidentali a quelle di altri paesi, caratterizzati tipicamente da minore trasparenza e standard meno rigorosi nel rispetto dell’ambiente.

Infine, la nuova direttiva estende questi obblighi anche a decine di migliaia di Pmi, caricando queste ultime di oneri amministrativi che non sempre sono in grado di sostenere, e che sarà praticamente impossibile verificare a meno di non costruire un’impalcatura di controlli insostenibile per estensione e pervasività. Sicché non è improbabile che si diffonderanno software che redigono automaticamente il bilancio di sostenibilità delle Pmi, in modo da rispettare formalmente le norme senza fornire alcuna reale informazione al mercato.

L’idea di fondo, però, è che le imprese e il sistema finanziario debbano essere forzati a perseguire obiettivi che vanno ben oltre la loro responsabilità stretta (generare valore per gli azionisti) e che scavalcano perfino la pur generosa definizione della loro responsabilità sociale. È come se le imprese fossero viste alla stregua di un’appendice dello Stato e fossero quindi trattate come meri soggetti attuativi di decisioni prese altrove. Al di là di tutte le giuste preoccupazioni sui costi e le implicazioni di questo nuovo sistema, il problema principale è proprio che comporta non solo una sorta di esproprio silenzioso delle imprese stesse, ma anche una statalizzazione di fatto dei loro obiettivi.

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