Social vietati ai minori, servono rimedi più efficaci

Un ordine di Stato solleva da fatiche e imbarazzi, ma è un passo verso un controllo capillare dei cittadini

23 Luglio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

È sotto gli occhi di tutti. Bambini che anziché giocare fissano il telefonino a pochi centimetri dal viso; preadolescenti e adolescenti che riescono a parlare e confidarsi solo attraverso uno schermo, anche quando sono uno di fronte all’altro. Le tappe della crescita – la socializzazione, l’educazione e persino l’istruzione – sembrano stravolte da percorsi nuovi dove il mezzo, anzi i mezzi, dettano nuovi modi di essere, di stare al mondo e persino di pensare. La digitalizzazione resta, sia chiaro, un’ottima cosa. Non aiuta solo i giovani ad avere migliore accesso a più opportunità, come frequentare un corso a distanza o iscriversi a un book club quando non ce l’ha sotto casa. Aiuta gli anziani a sentirsi meno soli anche solo videochiamando i nipoti lontani, e gli adulti a conciliare meglio impegni familiari e lavorativi. Come sempre, è l’utilizzo a rendere virtuoso o no uno strumento e il telefonino non fa eccezione a questo adagio. Spesso, del resto, quello che demonizziamo non è l’uso pericoloso, ma l’uso nuovo di qualcosa di nuovo. Quando il telecomando sostituì i pulsanti del televisore, lo zapping – che i ragazzi oggi non sanno nemmeno cosa sia – si diceva che portasse a un deficit di attenzione. Il marketplace dei social farà pure chiudere qualche negozio di quartiere ma può far guadagnare un’ora per leggere un buon libro. Sui social, non si incontrano solo mostri, ma anche le fugaci amicizie estive che un tempo si esaurivano in un’unica cartolina spedita a settembre.

Detto questo, l’utilizzo sbagliato del telefonino pesa sui giovani più che sulle altre fasce generazionali, perché sono più innocentemente esposti a una vera e propria dipendenza e a rischi concreti, anche nella vita reale, di fronte ai quali un adulto dovrebbe essere più smaliziato. Si potrebbe obiettare che le truffe on line ingannano più gli anziani che i ragazzi e che i patiti dei selfie si trovano a tutte le età. Ma il dovere che sentiamo, come singoli e come comunità, di proteggere i bambini e di accompagnare gli adolescenti verso la maturità spiega perché su di loro si concentrino più attenzione e allarme.

Tra gli esperti, sia in campo medico che psicologico e pedagogico, c’è una tendenziale convergenza sul fatto che l’uso dei telefonini e in particolare dei social andrebbe moderato. Alcuni studi confermerebbero persino un cambiamento nella crescita della corteccia cerebrale.

Un buon padre e una buona madre di famiglia non hanno nemmeno bisogno di leggere le riviste scientifiche per preoccuparsi di un figlio che preferisce scrollare anziché giocare a calcetto, o rimanere in camera alla luce dello schermo invece di uscire con gli amici. Le conseguenze, nel piccolo delle proprie vite e nel grande dei mutamenti sociali, vengono ormai recitate come un rosario : problemi di personalità, di socializzazione, di rendimento scolastico fino, persino, al calo precocissimo del desiderio sessuale.

La domanda da porsi non è quanto siano pericolosi. Ma come renderli meno pericolosi. Come, in sostanza, farne buon uso. La Francia, su spinta del Presidente Macron, ha appena approvato una legge che vieta i social media ai minori di 15 anni. L’Australia lo ha fatto qualche mese fa per i minori di 16. In Italia, il ministro Valditara punta allo stesso obiettivo, dopo aver vietato i telefonini in classe. La Commissione europea ha annunciato una app di verifica dell’età, che potrà consentirle di proporre una misura simile agli Stati membri, che da par loro si stanno attivando più o meno nello stesso senso.

Ma vietare i social ai minorenni o giù di lì è il classico esempio di risposta sbagliata a una domanda giusta. Per due motivi. Il primo perché è una misura inutile, tanto che in Francia e in Australia non ci sono sanzioni per i minori o le famiglie, ma uno scaricabarile di responsabilità sulle piattaforme. D’altra parte, come imporne il rispetto da parte dei singoli e come, soprattutto, verificarlo? Per ora l’Italia si è limitata a vietare il telefonino a scuola, che pure è divieto alquanto debole sul piano concreto, specie se il corpo docente – che dovrebbe vigilare – non è compatto nel dare il buon esempio e mettere da parte lo smartphone. Certo la tecnologia potrebbe arrivare a consentire forme di autenticazione molto più raffinate di quelle attuali. La società americana World pare averne già una pronta, che – nel caso – dovrebbe passare per la cruna delle norme sul trattamento dei dati.

Anche per questo, il principale motivo per cui il divieto generalizzato è sbagliato è che sarebbe una vera sconfitta per le famiglie e, con esse, per quel valore di libertà/potestà genitoriale su cui si regge il nostro modello educativo. I genitori si confrontano ogni giorno con il problema del telefonino per poi spesso arrendersi davanti a quel che fanno le altre famiglie. Fornire un divieto esterno può solo spingere ancora di più la corsa al ribasso di un’educazione fatta anche di complicati no, porte sbattute, tentativi, sconfitte e successi. I patti digitali sono ottime iniziative, che però si scontrano con la tendenza a nascondersi dietro il così fan tutti. Per genitori e insegnanti, il cui tempo di utilizzo del telefonino non è forse così lontano da quello dei ragazzi, è più facile un divieto calato dall’alto che un esempio dato di fianco. Educare stanca, specie quando il mondo intorno non aiuta e bisogna spiegare ai figli perché un comportamento diffuso, e magari il proprio, non è necessariamente un comportamento da seguire.

Un ordine di Stato solleva da queste fatiche e imbarazzi. Se lo dice la legge, allora è vero e più facile da imporre anche in casa. I governi, dal canto loro, possono dire di aver dato una risposta, non importa se inefficiente.

Il numero di volte in cui, nella storia, lo Stato si è messo in mezzo tra padri e figli non si conta, Ma abbiamo finora guardato con sospetto a quelle intromissioni, come a una manifestazione di un potere a quel punto sì, totalitario, qualunque sia il bene in nome del quale si esercita.

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