Marx disse di non essere marxista ma quando lo disse la indigesta frittata comunista era ormai fatta: i marxisti impazzavano e impazzivano. Keynes fece la stessa cosa: anche lui disse di non essere keynesiano ma quando lo disse era ormai troppo tardi e la pessima frittata statalista era bell’e fatta, i keynesiani imperversavano e malversavano. L’opera più nota e meno letta di John Maynard Keynes — anche questo è un particolare che lo accomuna a Marx, il cui “Il capitale” è notissimo ma assai poco letto — è “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. Cosa fa quest’opera? Ciò che non va né pensato né fatto, se non a piccolissime dosi (il che, come vedremo, è ciò che pensava Keynes): dire ai politici che soltanto l’intervento dello Stato può far funzionare l’economia e per farlo si devono spendere tanti soldi che non sono dei politici ma dei contribuenti e a volte nemmeno dei contribuenti di oggi ma di quelli di domani e dopodomani, che non esistono ma hanno già debiti.
La “Teoria generale” è il testo di analisi economica più influente del Novecento e tra la sua influenza e la giustificazione che dà della spesa pubblica allegra ci deve essere di certo un legame. Natale D’Amico, che fa parte dell’Istituto Bruno Leoni, ha scritto un elegante saggio su Keynes che si può leggere nel libro “La libertà e i suoi nemici” (edito da IBL Libri a cura di Nicola Iannello): un titolo che evoca sia l’opera di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici” — altro testo citato ma non letto — sia un volume di Isaiah Berlin meno noto ma non meno importante per capire “Le radici intellettuali dell’antilliberalismo contemporaneo” ossia “La libertà e i suoi traditori”.
Keynes è stato un traditore della libertà? Un nemico della società aperta? Oddio, messa così sembra un po’ troppo. È vero, però, che lui stesso si chiese «Sono io un liberale?». Ma soprattutto, è vero che difficilmente può esistere la libertà se lo Stato è onnipresente, se gli investimenti sono socializzati, se il tasso d’interesse è manovrato dalla politica: qui ci si avvia per «la via della schiavitù», come disse il critico per eccellenza di Keynes: Friedrich von Hayek. Lo sapeva lo stesso Keynes che, quando uscì nel 1944 il libro “La via della schiavitù” del suo avversario, gli scrisse così: «A parer mio è un testo grandioso. Abbiamo tutti ogni motivo di esserle grati per aver detto tanto bene quanto ha bisogno di esser detto. Non si aspetterà di sicuro che io accetti pressoché in toto le ricette economiche. Però moralmente e filosoficamente mi muovo d’accordo praticamente con tutto quanto, e non solo d’accordo ma sentitamente d’accordo».
Quando poi i due si reincontrarono due anni dopo a Cambridge, Hayek manifestò le sue preoccupazioni per gli eccessi interventisti dei keynesiani e Keynes da non keynesiano disse: «Sono dei folli. Le mie idee erano fondamentali negli anni Trenta: allora non c’era dubbio che si dovesse combattere la deflazione. Ma puoi fidarti, Hayek, le mie idee oggi sono datate. Cambierò l’opinione pubblica così» (e fece schioccare le dita). Le dita non schioccarono perché morì un mese e mezzo dopo, il 21 aprile 1946. Si avverò così quanto aveva scritto nella “Teoria generale”: «Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto». Così è accaduto. Bisognerebbe tenerlo presente quando si dice «Siamo tutti keynesiani», visto che almeno Keynes non lo era.