Serve più concorrenza per la crisi energetica

Ogni volta si parla di speculazione dandone per scontato l’esistenza

2 Ottobre 2026

Il Piccolo

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi, Istituto Bruno Leoni

Argomenti / Ambiente e Energia

Per ridurre il costo dell’energia bisogna aumentarne l’offerta e favorire la concorrenza, senza cancellare i segnali di prezzo con tetti imposti per legge. È la posizione di Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, che distingue i calmieri pubblici dalle iniziative commerciali volontarie e indica le leve per alleggerire bollette e pieni.

Lei è critico verso i tetti ai prezzi. Ma allora come si possono proteggere famiglie e imprese durante uno shock dell’offerta?

«Purtroppo ci troviamo in una situazione di scarsità: non c’è abbastanza benzina, gasolio o gas. L’aumento dei prezzi è la conseguenza economica di questo fatto fisico e serve a incentivare i consumatori a fare economia e magari cercare alternative, i produttori a trovare il modo di aumentare l’offerta. Naturalmente, questo vale per un cap imposto dalla politica e valido per tutti: l’adozione volontaria di un cap da parte di alcuni operatori è, in generale, una legittima iniziativa commerciale».

Il mercato libero offre più concorrenza e risparmio o restano criticità nelle offerte ai consumatori?

«Sono vere entrambe le cose. La maggior tutela ha per lungo tempo ingessato il mercato, tuttavia il mercato libero offre molte alternative ai consumatori, tra cui offerte a prezzo fisso e altre a prezzo variabile. Proprio il dinamismo di questi giorni, in cui alcune società stanno lanciando offerte molto convenienti, è una buona testimonianza che questo mercato esiste. Facilitare i cambi di fornitori e semplificare la lettura della bolletta e la confrontabilità dei prezzi, come in parte si sta facendo, sono entrambi interventi utili».

Per ridurre le bollette, i governi usano spesso la leva del taglio temporaneo degli oneri di sistema o dell’Iva. Non c’è il rischio di trasformare interventi di emergenza in sussidi permanenti che pesano sul bilancio dello Stato invece di stimolare l’efficienza?

«Gli interventi temporanei hanno soprattutto il rischio di “falsare” i prezzi, dando ai consumatori la sensazione di un’abbondanza che non c’è nella realtà. E, quindi, spingendoli a consumare di più quando dovrebbero consumare di meno. Diverso sarebbe se parlassimo di interventi strutturali, per spostare alcune voci dalla bolletta alla fiscalità generale (come ha fatto la Germania con gli incentivi alle fonti rinnovabili)».

L’obbligo di esporre il prezzo medio regionale dei carburanti ha aiutato i consumatori?

«Quello dei carburanti è un mercato con forti caratteristiche locali: una stazione di servizio nel p centro di Milano ha caratteristiche, erogato medio e costi comletamente diversi da una che si trova a Bormio che a sua volta è differente da una di Trezzo sull’Adda, anche se tutte e tre stanno in Lombardia. L’obbligo di esposizione del prezzo medio ha causato un costo ai gestori senza generare un beneficio per i consumatori».

Il prezzo dei carburanti in Italia è fortemente appesantito da accise e Iva. Si possono ridurre stabilmente le imposte sui carburanti o il vincolo del gettito lo impedisce?

«In principio è possibile tagliare qualunque imposta; l’Italia poi ha un’imposizione fiscale sui carburanti – in particolare sul gasolio – tra le più alte d’Europa. Solo che questo richiede un parallelo taglio di qualche voce di spesa: è, questo, uno sport nel quale la politica italiana non eccelle».

Quando il petrolio rincara, si parla di speculazione. Come distinguerla dalla normale trasmissione degli aumenti alla pompa?

«Il petrolio sale perché l’offerta diventa più scarsa relativamente alla domanda. Questa maggiore scarsità si ripercuote sui derivati del petrolio, ciascuno dei quali ha un mercato con caratteristiche sue proprie: è il motivo per cui i prezzi del gasolio sono più sotto pressione rispetto a quelli della benzina. Ogni volta si parla di speculazione dandone per scontato l’esistenza, ma bisognerebbe dimostrare chi e come mette in pratica condotte illecite o anticoncorrenziali. Al momento non mi sembra di vederne evidenza: anzi, i prezzi italiani al netto delle tasse sono inferiori alla media Ue. Le imprese italiane continuano a pagare l’energia più di molti concorrenti europei».

Quali sono i principali nodi da sciogliere per colmare questo divario?

«In parte, se parliamo di energia elettrica, dobbiamo accettare che l’Italia ha caratteristiche sotto questo profilo penalizzanti: siamo un paese lungo, stretto e montuoso, quindi con complessità logistiche che altri non hanno. Ciò detto, si può fare molto per ridurre il gap. Primo: mettere a gara le concessioni idroelettriche e le reti di distribuzione. Secondo: nei prossimi anni gli oneri generali di sistema scenderanno per effetto dell’esaurimento dei vecchi cicli di incentivazione delle rinnovabili. Questa riduzione dovrebbe essere lasciata interamente al consumatore, senza vederci l’opportunità di varare nuovi sussidi. Terzo: semplificare gli investimenti nelle rinnovabili e nel nucleare per ridurre la nostra dipendenza dal gas».

oggi, 2 Ottobre 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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