Sempre più una sfida Nord-Sud

La politica è anche teatro. L'elemento teatrale è quello che da mesi la fa da padrone, in Italia.

17 Dicembre 2018

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

I primattori si muovono in scena con grande abilità. Per ora il gioco regge, perché in un grande reality show dove tutti s’interessano di come si nutre questo e dell’aereo che ha preso quell’altro idee, programmi, proposte sembrano residui di un’era passata: quel che resta della tv in bianco e nero.  Può durare? 
 La coalizione che governa l’Italia è tenuta assieme in buona sostanza dallo stile dei suoi protagonisti. Essi interpretano con toni simili il copione che si sono assegnati. C’è una intesa evidente, di carattere e di sensibilità, fra i leader dei due movimenti. E tuttavia rappresentano, o ambiscono a rappresentare, interessi opposti. 
 Destra/sinistra, establishment/populisti sono alcuni dei modi nei quali ci piace dividerci, quando andiamo a votare. In Italia esiste però una frattura molto più antica, e più importante: quella fra Nord e Sud. Quando cadde il muro di Berlino, il Pil pro capite della Germania Est era il 35% di quello della Germania Ovest: oggi è grosso modo i due terzi. Il Pil pro capite nell’Italia meridionale, centocinquant’anni dopo l’unificazione, è poco più della metà di quello del Centro Nord. Ciò a dispetto di un flusso ininterrotto di trasferimenti dalla parte più ricca a quella più povera del Paese, che hanno reso quest’ultima vieppiù assuefatta alla spesa pubblica. La persistenza della frattura Nord/ Sud è l’esito di secoli di storia, che hanno lasciato in eredità culture e norme informali differenti nelle diverse regioni d’Italia. 
 Il 4 marzo, i territori della penisola hanno votato in modo nettamente diverso: al Nord ha vinto la Lega, al Sud i cinque stelle. Il «contratto» di governo esiste proprio per cercare di giuntare assieme iniziative che mirano a soddisfare gruppi così disomogenei. 
 Il che può essere facile, finché domina l’elemento teatrale, ma lo è molto di meno quando il palco lo occupano gli interessi. Un tempo era possibile pensare di tenerli a bada con continue iniezioni di spesa a debito, come fecero per trent’anni i governi della prima repubblica. La necessità di provare a controllare il debito pubblico ci ha tolto questa scorciatoia. Se le risorse sono scarse, bisogna necessariamente scegliere come impiegarle. L’unanime desiderio di fare «più deficit» in un Paese dove lo Stato già vale metà del Pil si spiega così: si vorrebbe avere qualche osso in più da lanciare ai cani, senza togliere nulla a nessuno. Lo stesso dibattito sulle infrastrutture, tutto interno al governo, segnala la distanza fra un Nord che, a torto o a ragione, crede di averne bisogno e desidera più investimenti in quell’ambito, e un Sud che non comprende il motivo e vorrebbe che il governo impegnasse quattrini più direttamente a suo vantaggio. Sia il Nord che il Sud sono stati colpiti dalla crisi, ma proprio la maggiore integrazione, nell’economia internazionale, delle imprese del settentrione consente loro di immaginare che sia possibile tornare a crescere. Decenni di stagnazione economica e l’altissima disoccupazione giovanile consolidano l’idea, prevalente al Sud, che la torta non possa crescere e pertanto l’unico obiettivo debba essere fare le fette in modo diverso. Una volta queste due opzioni erano rispettivamente «qualcosa di destra» e «qualcosa di sinistra». Oggi la frattura fra «destra» e «sinistra» ha a che fare con altre cose («valori», «diritti»), ma quella fra Nord e Sud è rimasta la stessa di sempre. Il pezzo di Paese che, perlopiù, scommette sull’impresa contro il pezzo di Paese che, perlopiù, si appella allo Stato.

Da La Stampa, Domenica 16 Dicembre.

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