Se la democrazia è più forte di Donald

La sentenza della Corte Suprema depotenzia la figura del Presidente

23 Febbraio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La democrazia non si costruisce in pochi mesi. Gli americani, con i loro fallimentari tentativi di esportarla, lo sanno bene. Per lo stesso motivo, non si demolisce La democrazia non si costruisce in pochi mesi. Gli americani, con i loro fallimentari tentativi di esportarla, lo sanno bene. Per lo stesso motivo, in pochi mesi non si demolisce.

La bocciatura dei dazi di Trump ne è una grandiosa conferma fin dall’inizio della vicenda giudiziaria, quando il Liberty Justice Center, uno studio legale texano senza scopo di lucro, insieme a Ilya Somin, professore di idee libertarie della George Mason University School of Law, decidono di sfidare in nome di cinque piccole imprese la Trumpenomics e di percorrere tutti i gradi di giudizio per tentare di giungere all’annullamento dei dazi in Corte suprema. Non sono dettagli di cronaca. Fronteggiare il potere politico è un impegno difficile e costoso. Per affrontarlo, serve una società strutturata, in cui gli individui hanno incorporato il senso autentico della cittadinanza ed esistono realtà e organizzazioni che possano supportarne le battaglie. Nel giro di pochi mesi, mentre Trump faceva e disfaceva le tele delle tariffe, i ricorrenti sono arrivati dove volevano. Con una decisione firmata a maggioranza di sei su nove, i giudici hanno dichiarato infondate le basi giuridiche su cui il Presidente aveva reclamato il potere di imporre dazi.

È una sentenza tre volte importante. Primo, per l’impatto politico che ha sull’immagine di un Presidente costruita sulla forza di chi può prendersi tutto quello che vuole, senza andare per il sottile delle forme e del rispetto delle istituzioni. Trump e Vance hanno già ruggito contro ed è probabile che cercheranno altre strade per non darla vinta alla Corte. Ma è chiaro che la decisione dimezza la figura presidenziale per come costruita da un anno a questa parte, in politica interna così come in politica estera. Il secondo elemento di importanza è l’impatto economico. In una intervista di pochi giorni fa, Scott Bessent, segretario di Stato al Tesoro, aveva già annunciato che, nel caso in cui i dazi fossero stati dichiarati illegittimi, lo Stato avrebbe dovuto provvedere a restituire almeno la metà delle entrate incassate, per un ammontare, secondo le prime stime, di almeno 175 miliardi di dollari.

Il terzo motivo, che riguarda il tipo di motivazione, è ancora più rilevante, se inquadrato in una più ampia riflessione sullo stato di salute della democrazia americana. Appena insediato, Trump aveva prontamente dichiarato due emergenze straordinarie che minacciavano la sicurezza nazionale: il traffico di droga da Cina, Messico e Canada e il deficit commerciale. Tanto gli serviva, secondo i suoi consiglieri, per precostituirsi l’ombrello legale dei dazi. Una legge del 1977 consente infatti al Presidente ampi poteri di intervento in caso di minacce esterne, tra cui quella di “regolare importazioni”. La Corte, tuttavia, ha ritenuto che le “due parole separate da altre sedici” non possono giustificare il potere del Presidente di imporre in maniera autonoma tariffe o dazi da qualsiasi Paese, per qualsiasi prodotto, a qualsiasi livello, per qualsiasi periodo, né che il termine “regolare” possa implicare quello, ben più specifico, di tassare.

Le motivazioni della Corte sono un concentrato di manualistica costituzionale e liberale, intorno alla separazione dei poteri e al rapporto tra imposizione fiscale e rappresentanza democratica. Che vadano alla radice della distribuzione del potere in una democrazia liberale non vuol dire, però, che fossero argomentazioni scontate. Da molti anni la Corte suprema si è resa artefice e la dottrina complice di una interpretazione creativa della democrazia e della distribuzione dei poteri che hanno giustificato, tra le molte cose, anche lo spostamento del baricentro decisionale dagli Stati al Governo federale e dal Parlamento al Presidente e alla sua amministrazione.

Chi, in Corte e fuori, provava a mettere in guardia dai pericoli di formule e dottrine che vedevano solo da lontano la Costituzione e i suoi precetti veniva tacciato di essere un conservatore fuori dalla realtà del divenire. L’attivismo giudiziario è stato uno strumento vincente della sinistra progressista, che le è andato bene finché non si è accorta, con Trump, che non necessariamente gli equilibri ideologici della Corte andavano per forza a suo favore. Negli anni Settanta, l’aborto fu legalizzato grazie a una sentenza acrobatica della Corte. Nel 2022, una Corte con sensibilità diverse, in cui già sedevano 6 giudici su 9 di nomina repubblicana, è giunta a opposte conclusioni.

La sentenza di ieri spariglia le carte, perché proprio affronta la politica economica di Trump con argomenti originalisti e testualisti – il significato del verbo “regolare” e persino la sua distanza rispetto alla parola “importazioni” – cari finora, nella prospettiva politica, a conservatori e repubblicani.

Per comprendere la portata spiazzante della sentenza bisogna leggere l’opinione concorrente di Gorsuch, uno dei tre giudici della Corte nominati da Trump, nella quale ripercorre tutte le volte in cui, negli anni, la Corte si è allontanata dai canoni interpretativi che ora sembrano convincerla. È una piccola rivincita, forse, degli argomenti dei testualisti e soprattutto dell’indipendenza dei giudici della Corte, mai messa in discussione fino a quando non ci si è accorti che a nominarli sarebbe potuto essere anche Mr. Trump. Ed è stata proprio una Corte di cui si temono le derive conservatrici e pro-trumpiane (tre giudici su nove sono stati nominati da lui e altri tre da Bush) a dare la migliore lezione di equilibrio, rispetto delle istituzioni, indipendenza e capacità di confronto democratico.

Una conferma che un organismo di sana e robusta Costituzione come gli Stati Uniti può anche essere scosso, ma non definitivamente minacciato delle intemperanze di un presidente di turno.

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