Se la crisi è pure un'anarchia

Barclay è persuaso che l'antropologia possa essere in grado di contribuire al ripensamento istituzionale

27 Ottobre 2014

Gazzetta del Mezzogiorno

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Da molti anni la riflessione antropologica offre spunti di analisi a quanti riflettono sulle istituzioni politiche, sulla crisi che caratterizza lo Stato moderno di matrice europea e sulle possibili alternative al modo attuale di organizzare la vita sociale. È sufficiente pensare alle ricerche etnologiche sulle «società senza Stato» e sulle origini dell’organizzazione politica condotte da Pierre Clastres, uno studioso francese morto negli anni Settanta a soli 43 anni, e anche dall’americano Robert Carneiro.

In questo stesso filone si colloca un breve lavoro scritto una decina di anni fa dal canadese Harold B. Barclay (Lo Stato. Breve storia del Leviatano, 12 euro), ora edito in italiano da Elèuthera, in cui si prova a ripercorre la storia umana degli ultimi cinque millenni con due obiettivi fondamentali, legati alle passioni di questo ricercatore, che unisce decenni di studio antropologico e un’esplicita adesione all‘anarchismo anticapitalistico. In primo luogo, l’obiettivo è mostrare come l’antropologia e lo studio delle popolazioni primitive possano fornire categorie cruciali alla riflessione sulle istituzioni, aiutando a cogliere taluni parametri cruciali: sia di tipo strutturale, sia di tipo evolutivo. La dimensione protettiva, la dimensione economica e la dimensione simbolico-religiosa attraversano tutta la storia umana e possono essere rinvenute nelle loro forme più semplici proprio nelle comunità egualitarie del nostro passato remoto o anche nelle tribù rimaste ai margini delle varie rivoluzioni economico-sociali (agricola, industriale e via dicendo).

Barclay è persuaso che, specie in questo momento di grave perdita di legittimità degli apparati statali, l’antropologia possa allora essere in grado di contribuire al ripensamento istituzionale. È però lecito essere scettici, anche in ragione del fatto che lo Stato moderno rappresenta davvero una radicale discontinuità rispetto alle istituzioni che l’hanno preceduto. Con l’avvento dei poteri sovrani impostisi dopo l’età medievale, il potere ha infatti acquisito tratti del tutto nuovi e ben poco ci possono essere utili, in questo senso, le indagini volte a realizzare una sorta di archeologia della nostra vissuta associata. Per giunta, l’ordine senza Stato a cui pensa Barclay è senza diseguaglianze. Nelle comunità autarchiche dei cacciatori e dei raccoglitori non c’era vera specializzazione, divisione del lavoro, differenziazione sociale. Ma già nel contesto proto-indoeuropeo Georges Dumézil individuò le figure del sacerdote, del guerriero e del lavoratore, e questi archetipi sono rinvenibili ben oltre questo ambito etnico-culturale. Tutto ciò ci dice che una differenziazione di ruoli e attività affonda nel passato più remoto e che, di conseguenza, ogni egualitarismo rischia di risultare assai utopico.

Quanti vogliano allora affrontare la sfida attuale e la dissoluzione dei paradigmi statuali devono pensare a un superamento della violenza statuale (regolazione, tassazione, imperialismo), e non già a una dissoluzione della civiltà stessa. A porre problema non sono le diseguaglianze sociali di carattere funzionale, ma il potere di alcuni uomini su altri. Lo stesso volume di Barclay è espressione di competenze specialistiche e, di conseguenza, di una società caratterizzata da un insieme di gerarchie.

In fondo, tutto questo conferma quanto l’anarchismo egualitario appaia assai inadeguato dinanzi ai problemi che siamo chiamati ad affrontare. Se la teoria anarchica non include in sé le ragioni della proprietà e dello scambio, rigettando in tal modo i contributi della civiltà, può solo condannarsi a una radicale marginalizzazione.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 ottobre 2014

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