Se il rischio reale è la sottomissione alle macchine

Il salto tecnologico generato dall'Ai sta producendo un cambio di epoca nel mondo del lavoro, siamo in grado di gestirlo?

23 Gennaio 2026

Il Sole 24 Ore

Paolo Bricco

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Rispetto alle innovazioni precedenti, l’intelligenza artificiale generativa presenta una caratteristica inedita, ovvero la velocità di calcolo e, soprattutto, di apprendimento, che appare sempre più distante dai tempi naturali dell’essere umano. Questo divario temporale si riflette in due ambiti fondamentali. Il primo è quello della produzione e della produttività: quanto e come l’AI può aumentare la capacità di fare, di produrre beni e servizi, di ridurre i costi e accrescere l’efficienza. Il secondo, forse ancora più delicato, è quello del processo decisionale: in che misura la rapidità della macchina può sostituire, integrare o condizionare la riflessione umana, con il rischio che la velocità imposta alla decisione si traduca in perdita di controllo.

Così si legge nelle prime pagine di Creatività o sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro, l’ultimo libro di Emmanuele Massagli e Maurizio Sacconi, Marcianum Press, pagg. 148, € 15, didascalico ma non noioso, preciso ma non professorale.

Il punto di vista di Massagli, presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, e di Sacconi, coordinatore del programma Reinventing Work dell’Istituto Bruno Leoni, è quello dell’incrocio e dell’intersezione fra due grandi tendenze. La prima è la crescita esponenziale della innovazione auto-generante e auto-generata. La seconda è la ipertrofia di regole, che della tecnica si alimentano.

La prima è un argomento molto discusso, su cui anzi esiste un dibattito eccessivo e semplificato, in cui la sottolineatura razionale delle criticità si trasforma spesso in paura e qualche volta in demonizzazione. La seconda è invece un argomento largamente sottaciuto, di cui in pochi parlano, ma che proprio per questa assenza di pubblico dialogo — quasi che avessimo accettato, soprattutto in Europa, il moloch delle regole e della burocrazia — rischia di diventare molto pericoloso.

Lo snodo è, appunto, costituito dalla combinazione dei due elementi. Una delle tesi di questo libro è che, per quanto concerne l’intelligenza artificiale, il vero rischio non sia tanto la perdita di posti di lavoro, quanto appunto la sottomissione della persona (da qui il titolo) ai sistemi insieme tecnologici, burocratici e regolatori che alla fine riducono lo spazio e rendono più sottili l’iniziativa individuale, il giudizio e la responsabilità.

Individuo e comunità, quindi. Il libro è radicalmente anti-luddista e — detto in maniera grossier — tradizionalista filo-occidentale. In un passaggio si legge: «Nessuno può competere con l’AI sotto il profilo delle conoscenze e delle competenze disciplinari: ulteriore ragione per potenziare quelle competenze socio-emotive che non saranno mai nelle disponibilità di una macchina, anche la più generativa, la cui creatività è comunque algoritmica».

Le competenze socio-emotive possono, secondo gli autori, essere curate e sviluppate soltanto con una formazione integrale che, ripartendo dal concetto latino di persona, riguardi mente, cuore e braccia di ognuno.

Gli autori, in questo, compiono un passo ulteriore. E provano a inserire l’azione-reazione verso l’intelligenza artificiale in una cornice antropologica, perché le «radici greco-giudaico-cristiane possono fornire all’Europa gli strumenti culturali utili ad evitare il progressivo dominio delle macchine». Questi strumenti sono il pensiero critico e la capacità di discernimento — per usare un lessico anche cattolico — fra il bene e il male. Così si riduce il rischio di sottomissione dell’uomo alla macchina.

Il problema è se, invece, tutto questo non si verifica e se l’intelligenza artificiale, sfuggita al controllo emotivo e psicologico dell’uomo, si fonde con l’altra grande tendenza storica, non internazionale ma europea, alla iper-regolazione e alla burocratizzazione. Perché, se così fosse, non soltanto l’Europa che oggi pratica l’abuso delle norme e dei divieti avrebbe l’ormai consueto inaridimento innovativo, scientifico e produttivo. Ma, nel paradosso, potrebbe assorbire e sussumere, nei suoi eccessi regolatori, gli effetti più asfissianti della perdita della libertà degli individui prodotta, in declinazioni particolarmente selvagge, dall’intelligenza artificiale.

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