Se il referendum non è del popolo

Il voto degli italiani riflette davvero la volontà popolare o è il risultato delle campagne e delle strategie dei partiti?

2 Aprile 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Il referendum sulla giustizia ormai è alle spalle, il governo e le opposizioni ne hanno già tratto le conseguenze e si stanno riassestando ognuno a suo modo, le analisi politiche del voto si sono consumate. Sembra il momento propizio per una considerazione più generale.

Uno dei commenti comuni è stato che gli italiani litigano su tutto e nulla sembra interessarli davvero, eccetto la difesa della Costituzione. Chi ha detto con orgoglio che i cittadini hanno protetto la loro Carta dai tentativi di aggredirla, chi si è rammaricato che è stata messa una pietra tombale sulla possibilità di ammodernare il testo del ’48, chi ha notato la differenza numerica rispetto all’astensionismo alle politiche, chi infine ha letto nell’inaspettata mobilitazione dei giovani un legame con i fondamenti storici e civici della Repubblica, molto più solido rispetto a quello che hanno con la politica.

Caricare il No alla riforma di tutto questo peso democratico e costituzionale sembra eccessivo per due motivi, uno induttivo e uno deduttivo.

Non possiamo sapere cosa ha spinto le singole persone a votare no. Possiamo però ricostruire per deduzione alcune macro ipotesi. Possiamo ad esempio ritenere, per la natura stessa del voto, che una parte di elettori abbia voluto dare un assaggio delle preferenze elettorali; che molti, per la difficoltà di comprendere tecnicamente la posta in gioco, si siano affidati ai loro mondi di riferimento (partiti, intellettuali e persino personaggi dello spettacolo che, anche se non esperti del campo, esprimono in quanto tali autorevolezza per chi li segue e li apprezza); che l’aumento del costo della benzina e la paura della guerra abbiano portato a manifestare una contrarietà generale ai pericoli che ci circondano. La guerra, in particolare, avrebbe scosso i più giovani.

D’altro canto, Giorgia Meloni ha deciso di entrare in campagna elettorale solo al novantesimo minuto, sommando l’errore iniziale di rimanere in panchina a quello finale di entrare tardi in campo e soprattutto di giocare male (me contro te) una partita che fin dall’inizio era anche, inevitabilmente, sua. Per seguire le ragioni del sì, non c’era fede politica, non c’era simpatia di partito, non c’erano testimonial popolari, ma solo la generosa dedizione nello spiegare il merito della riforma da parte di professori autorevoli e autorevolissimi, ma nei quali difficilmente l’elettore comune di destra si può identificare.

Ma queste sono, appunto, deduzioni.

C’è un’altra considerazione che invece si può fare con ragionamento induttivo.

Se è vero che il popolo si mobilita per difendere la Costituzione più bella del mondo, non si spiega come mai due su cinque dei referendum costituzionali finora tenuti abbiano visto prevalere il sì.

Nel 2020, gli italiani approvarono il taglio dei parlamentari. Si può pensare, come pure si è detto, che il popolo difende la sua Costituzione a meno che non si tratti di dare una sberla alla casta dei politici. Anche così fosse, non si spiegherebbe però l’esito del referendum costituzionale del 2001.

Nella primavera di quell’anno, con uno scarto di solo nove voti favorevoli al Senato e quattro alla Camera, a poche settimane dallo scioglimento del Parlamento per conclusione della legislatura, venne approvata la revisione del titolo quinto della Costituzione, voluta dall’allora maggioranza di centro sinistra. Con la modifica di otto articoli, si ribaltava il rapporto tra Stato, regioni e enti locali relativamente al potere di fare le leggi e di amministrare le città, contribuendo a modificare la forma di Stato nel modo in cui si distribuisce l’autorità politica e amministrativa sul territorio. Nell’autunno successivo, dopo l’insediamento del governo Berlusconi II, questa riforma di minimo consenso parlamentare e di grande impatto costituzionale venne confermata dagli elettori. A pesare, fu la posizione per il Sì espressa dal centro sinistra e il sostanziale disimpegno da una campagna per il No dei partiti di centro destra che, nel frattempo, erano passati dall’opposizione al governo. Anche il No della Lega sembrava più un invito all’astensione che un invito al voto contrario.

L’esempio del 2001 è sufficiente a mettere in dubbio tre opinioni ricorrenti: che le grandi riforme costituzionali non si possono fare, che gli italiani non sono disposti ad accettare riforme a colpi di maggioranza, che su una cosa solo gli italiani sono d’accordo, cioè che la Costituzione non si tocca.

Forse, il punto è un altro e anche più semplice. L’esito di un voto popolare, che si tratti di elezioni o di referendum di qualsiasi tipo, non solo è influenzato, ma è determinato dalle campagne elettorali che gli intermediari della politica, cioè i partiti ancora e nonostante tutto, vogliono fare. Se un insegnamento generale si può trarre, anche stavolta, è che, al di là della retorica che lo sovrasta, il referendum è uno strumento più di partito che di popolo.

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