Sconto sui libri ridotto ancora: il limite, che era al 15% del prezzo, sarà diminuito al 5%

La camera dibatte un ddl «per la promozione e il sostegno della lettura» che farà l'opposto

10 Luglio 2019

Italia Oggi

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Come peggiorare una norma già sgradevole. La Camera dibatte un progetto di legge «per la promozione e il sostegno della lettura». Fra le disposizioni si nota l’introduzione del limite del 5% agli sconti praticabili sul prezzo di copertina dei libri, ridotto rispetto al già basso sconto massimo fissato nel 15% dalla legge Levi (presentatore Ricardo Levi), n. 128 del 2011.

Il livello del 15% era stato introdotto con l’obiettivo di contenere la temuta concorrenza delle grandi librerie, segnatamente quelle in rete.
Com’era da attendersi, non si può asserire che il limite allo sconto abbia favorito l’incremento della lettura. Tutt’altro. Non solo: gli stessi piccoli librai hanno lamentato danni.

Come rilevato dall’Istituto Bruno Leoni, essi si sono visti ridotto del 50% il margine su testi di varia tipologia e del 100% sugli scolastici. Tale margine si vuole adesso diminuire ancor più.

Riesce però difficile pensare che la quasi sparizione degli sconti invogli a incrementare gli acquisti. Chi mette in conto una spesa per compere librarie, qualora diminuiscano gli sconti praticati e quindi salgano per lui i costi, serberà lo stesso livello complessivo di spesa e si troverà con un numero ridotto di libri rispetto a prima. Che del resto le spese per la lettura siano le prime a subire tagli, si è negli anni visto con la immediata diminuzione di acquisti dei quotidiani dopo ogni incremento di prezzo.

I lettori possono oggi giovarsi di sconti e vendite promozionali in grado di diffondere la lettura pure tra i giovani e fra quanti non dispongano di un reddito adeguato. Limitatamente, però: la legge Levi ha dirigisticamente colpito il mercato librario, privandolo della libertà, posto che i limiti a sconti e campagne promozionali sottraggono il comparto alla libera concorrenza.

Si asserisce, dai quasi unanimi sostenitori della modifica, che l’aver limitato gli sconti non ha determinato un incremento di lettori. Si ritiene, allora, che il quasi completo divieto di agire promozionalmente agevoli l’aumento che finora non si è visto?

Fra l’altro si vogliono vietare perfino le promozioni fra beni merceologici diversi, fra i quali i libri. Applicando il ragionamento con rigorosa logica, bisognerebbe ritenere che un aumento obbligatorio dei prezzi librari, andando oltre la soppressione totale degli sconti, porterebbe a un incremento di vendite. Più i libri costano, più si acquistano! Siamo all’assurdo.

Intromettersi nel mercato per colpire una distribuzione che incontra sempre più il favore dei consumatori, nel caso specifico dei lettori, andando all’assalto della diffusione in rete, significa intestardirsi nel difendere sistemi non più graditi, o graditi meno di prima.
Al mondo politico non interessa la maggioranza costituita dagli acquirenti, bensì la minoranza degli intermediari. Come sempre, sono i poco numerosi, ma organizzati, a prevalere sui tanti, ma disorganizzati, per di più se i primi hanno vantaggi, specie economici, individualmente superiori ai danni patibili dai secondi.

Nel caso specifico, si danneggiano i molti lettori, costringendoli a pagare di più i libri, a vantaggio dei pochi librai.

A guardar bene, non siamo distanti dall’opposizione recata dai vetturini alle ferrovie prima, alle automobili poi.

Le categorie la cui stessa esistenza è limitata o addirittura eliminata dal mercato chiedono sostegno alla mano pubblica, che concede aiuti, ovviamente a spese di altre categorie. Nel caso specifico risulta inoltre paradossale che si voglia far passare la quasi abolizione degli sconti librari come uno strumento per far leggere di più.

da Italia Oggi, 10 luglio 2019

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