Salvini prometta di abolire il “Reddito”

Bisogna smettere di considerare gli abitanti del Sud come passivi ricettori di aiuti, spingendoli a farsi più intraprendenti e attivi

14 Agosto 2019

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Con l’avvio della crisi di governo voluta dal segretario leghista Matteo Salvini, l’attenzione di molti com’è ovvio si è concentrata sulle possibili future alleanze. È indubbio che tutti i sondaggi diano la Lega in grande crescita e le ultime mosse mostrano pure delinearsi una ricomposizione di quel centrodestra mai venuto meno nelle elezioni regionali. Se oggi pare probabile che quando si andrà al voto gli italiani consegneranno una netta maggioranza parlamentare a Salvini, non è però chiaro quale politica economica sarà adottata e, in particolare, se si deciderà di abbandonare le scelte assistenziali adottate negli ultimi tempi.

In particolare, sarebbe importante che il leader della Lega (divenuto oggi il vero “dominus” della politica romana) dicesse quali voci di spesa intende eliminare. Il suo progetto di ridurre sensibilmente le imposte, in effetti, non può essere finanziato con il deficit ed esige quindi una decisa sforbiciata a numerose uscite. In particolare, sarebbe importante che venisse esplicitamente accantonata quella folle idea del reddito di cittadinanza: molto onerosa perle casse pubbliche, assai distruttiva sul piano sociale e culturale.

In fondo, nel contratto tra Lega e M5S quella misura era stata avanzata dai grillini e, almeno in apparenza, Salvini l’aveva subita. Ora egli dovrebbe ammettere che contale decisione il suo governo ha commesso un errore e assicurare gli elettori che sarà eliminata.

Sarebbe un segnale importante, anche e soprattutto per iniziare a definire in termini più corretti il rapporto tra il Nord e il Sud. Se sposasse politiche assistenziali volte a mantenere il Mezzogiorno nella condizione attuale, la Lega si “meridionalizzerebbe” sempre più. Sarebbe invece opportuno che quello che fu il partito schierato a difesa dei diritti e degli interessi delle aree più produttive guardi al Sud come a un’area in cui il numero degli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti e di quanti vivono sul mercato può crescere, se solo si compiono talune fondamentali scelte di fondo. Nelle regioni del Mezzogiorno vi sono potenzialità enormi, che da decenni vengono mortificate da una tassazione troppo alta, da una regolazione invasiva, da stipendi pubblici esageratamente attrattivi e da un costo del lavoro che i contratti nazionali fissano guardando al Centro-Nord. È allora necessario che si smetta di considerare gli abitanti del Sud come passivi ricettori di aiuti, spingendoli a farsi più intraprendenti e attivi. Si tratta anche di capire, a questo punto, se il populismo del precedente governo (che prometteva più spese e meno tasse) era una prerogativa esclusiva dei Cinquestelle, oppure se non sia un tratto condiviso da molte altre forze politiche, dominate dal tatticismo e dall’opportunismo, e in primo luogo dalla Lega stessa.

In queste ore l’Argentina è travolta dall’ennesima terribile crisi, frutto di decenni di spese facili, aiuti di Stato, protezionismo, populismo. Sarebbe importante che si dicesse agli elettori se si vuole imboccare anche da noi quella strada oppure se, al contrario, si vuole puntare sul lavoro, sulla libertà d’impresa, sullo spirito imprenditoriale.

Da La Provincia, 14 agosto 2019

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