Un aumento non fa primavera. Il salvataggio di Mps secondo Nicola Rossi

Intervista all'economista del Bruno Leoni ed ex parlamentare

8 Novembre 2022

Formiche

Argomenti / Politiche pubbliche

La ricapitalizzazione del Monte dei Paschi è andata in porto (l’aumento è stato coperto al 96,3%) e adesso il piano industriale messo a punto, lo scorso febbraio, dal ceo di Mps, Luigi Lovaglio, può finalmente passare alla fase operativa. E il primo mattoncino sono le oltre 4 mila uscite volontarie da Rocca Salimbeni, il cui costo si aggira su per giù intorno al miliardo. Praticamente l’ammontare della quota di aumento garantita dagli investitori privati: fondi, fondazioni, piccole banche.

Per salvare Mps, il Tesoro azionista e padrone (64%) di Siena, ha staccato un assegno da 1,6 miliardi di soldi pubblici. Poi sono intervenute le fondazioni fondazioni bancarie, chiamate a raccolta dallo stesso Mef, unitamente agli ancor investor e altri investitori privati. A prima vista potrebbe sembrare un’operazione a trazione statale e forse lo è. E allora, volendo per un momento fare l’avvocato del diavolo, c’è da chiedersi se il film visto una settimana fa non sia quello già visto nel 2017, con la nazionalizzazione di Mps, sempre a carico dello Stato. C’è la reale possibilità che il salvataggio di Mps si scarichi sui contribuenti? E davvero la ricapitalizzazione ha permesso di tirare fuori definitivamente Rocca Salimbeni dalle seche? Domande direttamente girate a Nicola Rossi, economista dell’Istituto Bruno Leoni ed ex parlamentare.

Mps è salva, o meglio ricapitalizzata. Ma volendo fare gli avvocati del diavolo, il grosso dei soldi ce li ha messi lo Stato, un’altra fetta le fondazioni. Ancora un’operazione sulla pelle dei contribuenti? O è solo una forzatura?
Una piena riuscita dell’aumento di capitale era essenziale per il futuro della banca senese. Ma questo non significa che si sia trattato di un successo: si fa molta fatica ad intravedere un reale interesse da parte degli investitori privati per il Monte dei Paschi e, visibilmente, l’azionista di maggioranza ha dovuto usare tutte le sue capacità di persuasione perché alcuni investitori istituzionali accettassero di essere della partita. Il che lascia supporre che il futuro del Monte dei Paschi sia ancora avvolto nella nebbia.

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