Alberto Mingardi
Rassegna stampa
27 giugno 2022
Sale lo spread, niente riforme. Come non è cambiata l’Italia
Dal 2011 a oggi il deficit è raddoppiato e la Bce si appresta a varare un altro scudo anti crisi
Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Nel 2011, lo spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi era arrivato a sfiorare i sei punti percentuali. Quei giorni turbolenti che videro Silvio Berlusconi e Mario Monti avvicendarsi a Palazzo Chigi sono stati ricordati da commentatori e politici nei modi più immaginifici. Si parlò di «dittatura dello spread». Qualcuno sostenne che l’Italia pagava inopinatamente il conto del bunga bunga sulla percezione dell’intero Paese e non solo del suo premier. Altri vedevano all’orizzonte trame le più diverse, che dovevano portare la Germania ad allungare le mani sulle imprese italiane.

Stiamo ai fatti. In tempi relativamente rapidi, l’esecutivo guidato da Mario Monti riuscì a dimezzare il divario, che era esploso, coi titoli di Stato tedeschi. Lo fece essenzialmente in due modi: inasprendo il prelievo fiscale, per ridurre il deficit, e aumentando l’età pensionabile, per rendere più salde le nostre finanze pubbliche nel medio periodo e per dimostrare non solo all’unione europea ma soprattutto ai mercati che anche in Italia si potevano fare le riforme.

Che cosa sia avvenuto poi, è storia nota. Per quanto l’Italia avesse un governo più solido e affidabile, lo spread s’impennò di nuovo nel luglio 2012. Mario Draghi, allora Presidente della Banca centrale europea, annunciò che la Bce avrebbe fatto tutto ciò che si fosse rivelato necessario per assicurare la tenuta dell’euro. Si apriva la stagione delle politiche monetarie non-convenzionali: che ridusse straordinariamente il differenziale fra titoli di Stato all’interno dell’area euro. Tirammo tutti un sospiro di sollievo.

Ma va anche detto che l’esortazione a continuare con le riforme, che pure continuava ad arrivarci da Bruxelles e Francoforte, divenne piano piano una sorta di kyrie eleison finanziario, una formula ripetuta con scarsa convinzione alla fine delle conferenze stampa ed echeggiata con ancor meno convinzione in Italia.

Dalla riforma Fornero a oggi, l’unica riforma di un qualche rilievo è stata il pur criticissimo jobs act di Matteo Renzi. Il nuovo articolo 81 della Costituzione, rivisto nel 2012 con l’ambizione di rassicurare gli osservatori con l’impegno di pareggiare (per quanto sulla durata del ciclo economico) il bilancio, è stato costantemente disatteso.

Dal 2007 a oggi, il governo paradossalmente più virtuoso è stato quello che era partito per spaccare tutto: l’esecutivo Conte-di Maio-Salvini fece un deficit nell’ordine dell’1,6%. In parte grazie all’impegno e alla pazienza di Giovanni Tria, in parte perché, con un governo sgradito, l’Europa applicò le sue stesse regole anziché interpretarle. Oggi un governo molto più europeista, a trazione tecnocratica e non populista, fa tre volte quel deficit.

Il debito è esploso, dal 120 al 151% del Pil. La distanza rispetto alla media europea è aumentata da 38 a 64 punti percentuali. E’ vero che c’è stata la pandemia, ma c’è stata anche per gli altri. Il nostro deficit, dal 2011 a oggi, è raddoppiato. In Spagna e Portogallo è di tre e cinque punti inferiore ad allora. Abbiamo continuato a spendere in deficit, pur avendo una pressione fiscale più alta della media europea: non ci è servito a «lasciare più quattrini nelle tasche degli italiani».

La lezione che dovremmo trarre dagli ultimi undici anni è amara e particolarmente importante in questi giorni. E’ bastato che la Banca centrale europea lasciasse balenare la possibilità di un aumento, pur modesto, del tasso di interesse, inevitabile a questi livelli di inflazione, che la corsa dello spread è aumentata. Il primo ministro giustamente ha commentato di non essere «uno scudo per tutto». Ma nemmeno il clima di solidarietà europea post-covid ha dimostrato di essere una protezione sufficiente. L’amara verità è che l’Italia di oggi, nella tempesta, è poco diversa da quella del 2011: è forse solo più stanca, le sue classi dirigenti sono invecchiate e appannate. I nodi che erano venuti al pettine allora sono con noi tutt’oggi, appesantiti dalla pandemia e induriti dalla guerra e dalla crisi energetica. Il balsamo del Pnrr non li ha sciolti.

La scossa dello spread e del governo tecnico aveva innescato una stagione, pur breve e piena di errori, ma nella quale il Paese si era guardato allo specchio e aveva capito che doveva provare a cambiare. Gli anni successivi hanno fatto passare l’esigenza di mettere a dieta Stato e apparati come una forma di body shaming politico. Per questo, adesso che la Bce ci fornirà un altro scudo antispread, solo una cosa dobbiamo sperare: che non sia troppo diverso da quello a suo tempo messo a punto, e mai utilizzato, che prevede l’utilizzo del fondo salva Stati, con una richiesta esplicita dello Stato membro interessato e la firma di un accordo vincolante e sottoposto a chiare condizioni.

L’esperienza del Pnrr ci suggerisce che spesso le condizioni sono troppo blande: siamo riusciti a fare passare per «riforme» quelle che, a posteriori, appaiono più come operazioni di maquillage, forse le uniche consentite da una maggioranza così vasta e composita. Il quadro politico italiano è più magmatico e burrascoso che mai. Alcuni impegni chiari con le istituzioni europee potrebbero aiutare una navigazione politica che si annuncia difficile, dandole perlomeno alcuni punti di riferimento.

Oggi come ieri, chi invece chiede sostegno senza condizioni alla Bce non vuole il bene dell’Italia, ma semplicemente quello della sua classe politica. Le due cose non sempre coincidono.

da L'Economia del Corriere della Sera, 27 giugno 2022