Il ruggito (debole) del dragone può spaventarci lo stesso

La Cina sta rallentando. Un deterioramento dell'economia asiatica di sicuro non aiuta la stabilità globale

13 Giugno 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

L’economia cinese langue. È una buona notizia? Ad aprile in Cina le spese per consumi erano inferiori dell’11% all’anno precedente. La produzione industriale era del 2,9% inferiore rispetto al 2021. Le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso: dal 5,1 al 4,2%. Valori che per noi restano altissimi, ma che certificano il cambio di passo di un Paese che dal 1979 al 2010 è cresciuto a una media del 9% annuo e il cui peggior risultato, prima del Covid, era stato una crescita del 6% nel 2019.

La vera responsabile della bassa crescita cinese è la pandemia, per essere precisi il modo nel quale il governo ha deciso di affrontarla: insistendo sulla strada della strategia Covid Zero, che mira a sradicare i focolai del virus, anziché cercare una qualche strategia di adattamento, come in qualche modo hanno finito per fare i Paesi occidentali. La Cina è, in questo, vittima della sua propaganda. Il regime cinese ha legato sin da subito la propria reputazione all’efficacia dei lockdown, a cominciare dal primo, quello di Wuhan, le cui terribili immagini influenzarono la risposta a Covid-19 in tutto il mondo. Il messaggio era in prima battuta ideologico: la rivendicazione di un modello di governo capace, alla bisogna, di mettere la salute pubblica sopra tutto, senza l’ostacolo rappresentato da fastidiose libertà costituzionali. Il Dragone all’epoca tracciò la strada ma gli esiti appaiono assai meno brillanti che allora. Quest’anno, Shanghai è stata in lockdown per quasi due mesi: negli ultimi trenta giorni, riporta l’associazione dei concessionari, non è stato venduto in città un singolo autoveicolo. Secondo alcuni, si tratta di un colpo inferto consapevolmente da Xi Jinping all’area più dinamica e «occidentalizzata» del Paese. In ogni caso, economicamente è un disastro.

La popolazione cinese è vaccinata all’89% ma sull’efficacia e sulla durata della protezione offerta dal vaccino Sinovac ci sono dei dubbi. Mentre i vaccini russo e cinese non sono mai stati sottoposti alle autorità di regolamentazione europea e americana, l’esperienza del Cile (che aveva iniziato appena possibile una campagna vaccinale con Sinovac) suggerisce almeno che la durata della protezione è molto limitata.

Prima del Covid, l’economia cinese aveva già dato segni di raffreddamento. Il settore bancario, saldamente rimasto sotto il controllo del Partito, da anni sembra scricchiolare. La bancarotta del colosso immobiliare Evergrande, a fine 2021, ci ha lasciato intravedere i problemi che covano nel settore.

Per anni in molti hanno cantato le lodi del modello cinese, uno Stato innovatore ante litteram, capace di dosare con prudenza un po’ di economia di mercato e molta «direzione »dall’alto. Si è immaginato ci fosse un modello dove c’era, in realtà, la convivenza di due modelli diversi, l’uno essenzialmente parassitario rispetto all’altro. Le aperture al mercato e alle imprese internazionali, che risalgono all’epoca di Deng, hanno reso meno costose le iniziative dirigiste del partito. Hanno, soprattutto, trasportato fuori dalla povertà qualcosa come 800 milioni di cinesi in trent’anni.

L’amministrazione americana, sia quando era guidata da Trump che ora con Biden, ha ragione nel sottolineare come con Xi la Cina sia diventata un Paese più autoritario all’interno e più interventista all’estero. L’utilizzo delle tecnologie digitali ai fini di sorveglianza da una parte, le politiche dei lockdown dall’altra, lo dimostrano. Ciò che però non è chiaro affatto è se a questa situazione si debba rispondere disfacendo la tela di quella politica di distensione e scambio che aveva incominciato a filare Henry Kissinger e che noi abbiamo ereditato.

Non è chiaro anzitutto sotto il profilo economico. Nonostante i dazi di Trump, tuttora in vigore e non certo limati da Biden nonostante Janet Yellen ne abbia recentemente annunciato una revisione , mai le importazioni cinesi negli Stati Uniti sono state tanto elevate come nei primi quattro mesi del 2022. Di quei beni traggono beneficio i consumatori e le imprese statunitensi ed essi sarebbero più poveri, non più ricchi, se si «riequilibrasse la bilancia commerciale». Vorrebbe dire che i consumatori americani dovrebbero spendere di più per acquistare beni simili, da produttori nazionali o di altri Paesi. Non una grande idea per tenere sotto controllo l’inflazione.

Ma non è nemmeno così chiaro sotto il profilo politico. Per il poco che possiamo imparare dalla storia, siamo davvero sicuri che provare a isolare economicamente un Paese serva a renderlo più sensibile ai diritti individuali, o almeno a porre le basi per un’alleanza futura più bilanciata e stabile?

In molti oggi sostengono che in passato siamo stati ingenui a credere in una relazione lineare fra crescita economica e libertà politica. Può darsi. L’idea era che lo sviluppo avrebbe portato alla nascita di una classe media e quella, a sua volta, avrebbe richiesto il genere di diritti che si accompagnano alla democrazia politica. In Cina per il momento non è accaduto.

Attenzione ora a non cadere nel tranello opposto, cioè a credere che solo l’impoverimento può rendere la società cinese (o quella russa) più sensibile alle questioni di libertà e, dunque, indurla a chiedere un cambio di regime. Se non è sempre chiaro che il treno dello sviluppo e quello della democrazia viaggino nella stessa direzione, se la storia ci insegna qualcosa è che l’impoverimento spalanca le porte a idee e regimi tutt’altro che democratici.

da L’Economia del Corriere della Sera, 13 giugno 2022

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